La gente per bene, Francesco Dezio, Terrarossa Edizioni

Di Mariella Sivo

La gente per bene di Francesco Dezio, ediz. Terrarossa, è un finto reportage mascherato da diario, una “biografia di fatti non accaduti, inventati o deformati nel flusso della narrazione”.
Così scrive Francesco Dezio all’inizio del suo romanzo, in cui “luoghi ed aziende descritti sono trasposizioni narrative di eventuali realtà esistenti”.
L’io narrante è un personaggio che va raccontando, tra gergo e letterarietà, tra rabbia e ironia, la sua verità emotiva e non fattuale di disoccupato cronico, “di chi si è abituato a non avere niente, a ridurre i bisogni a zero”.
Non un’autobiografia, quindi, ma un memoir che va avanti e indietro nel tempo interiore per ricostruire gli eventi di un paese in necrosi, a crescita zero e cultura niente. Francesco, il protagonista, appartiene a quella generazione di choosy, sfigati, bamboccioni, poco occupabili, tanto per citare alcune delle carezze ministeriali riservate a tutti coloro che giornalmente incontrano difficoltà nella ricerca di un lavoro, privati di un reale appoggio da parte dello Stato.
Il titolo del romanzo si ispira ad una frase tratta da “Il lavoro culturale” di Luciano Bianciardi, autore che si inserisce nel filone della “letteratura industriale”, cui pure questo romanzo appartiene. La letteratura industriale nasce tra gli anni ‘50 e ‘60, periodo in cui la fabbrica, vista come inferno alienante, fa da controcanto rispetto alle magnifiche sorti dell’Italia del boom economico, paese che si riscopre a vocazione industriale. Ad eccezione del Futurismo, che esaltò gasometri e periferie, la maggior parte della letteratura, che si è occupata di nastri trasportatori e catene di montaggio, ha proposto un’interpretazione degenerante del fenomeno.
Francesco, padre imbianchino ed infanzia disfunzionale, parte dal narrare le vicende del nonno materno, ai tempi in cui il governo De Gasperi, per stroncare il malcontento del mondo bracciantile, varò un imponente progetto di riforma agraria, la più importante riforma del secondo dopoguerra, in base alla quale avvenivano contestualmente l’esproprio coatto ai latifondisti e la ridistribuzione delle terre ai braccianti. L’Ente Riforma Fondiaria fece poi costruire dei fabbricati, le case coloniche oggigiorno ridotte a ruderi. Ma “più che una speranza di miglioramento, lo Stato gli aveva regalato un ordinario diversivo al grattarsi i pidocchi: i lavori forzati. Hai voglia a spietrare!” Perché la Murgia non è altro che dune pietrose, un non-luogo, un niente erbaceo, che, nel silenzio delle istituzioni e dell’opinione pubblica, è caduta nel tranello dei soldi facili, ha ceduto alle lusinghe ecocompatibili del silicio in Salento e dell’eolico più a Nord. Il tutto con l’avallo delle politiche ecologiste di Vendola. Così scrive l’Autore, passando dalla coltivazione infruttuosa della campagna, dai redditi irrisori derivanti dal lavoro della terra, al “divanimperio” capeggiato dal Natalino Matucci, “l’uomo che il Wall Street Journal ha definito il Gianni Agnelli pugliese”, che ha saputo cogliere il momento propizio facendo del salotto il fulcro dell’ecosistema casalingo, ma che non è stato abbastanza furbo da cogliere i segnali della crisi economica. “La crisi c’è ma nessuno deve permettesi di nominarla. Va tutto a gonfie vele, anzi, è questo che devono credere tutti”, sostiene Matucci facendo il verso a Berlusconi, nano malefico, quando chiedeva “ma dove vedete la crisi se i ristoranti sono pieni?”.
E poi ci sono le vicissitudini personali di Francesco, a cominciare dalla scelta della scuola media secondaria: “non ero nato in una buona famiglia e questo bloccava qualunque strada scegliessi”.
È la storia dei subumani, di chi vive inviando per e-mail il curriculum alla ricerca di un impiego alle dipendenze di un imprenditore che, con tutte le leggi accazzisuoi che gli hanno preparato gli amichetti al governo, può fare soltanto una cosa: dargli una bella bastonata in testa.
Dezio denuncia una realtà lavorativa allucinante, alienante, l’assenza sul territorio di un’azienda vera. Ci si riduce, nel suo caso, di grafico meccanico, ad essere dei manovali del computer e basta.
È il destino dei vinti di verghiana memoria,per cui tutto il percorso “di maturando, laureando, specializzando, servirà solo per metterti a servizio di uno che si è fermato alla terza media” ed ha avuto la furbizia e la fortuna di metter su un’impresa specializzata e “produrre sempre la stessa cazzata destinata a svanire nel nulla”.
Un mondo del lavoro martoriato dalla piaga della flessibilità, dell’utilizzo improprio della Partita IVA e del contratto Voucher, strumenti che avrebbero dovuto incrementare l’occupazione grazie ai contratti poco vincolanti e meno costosi a livello previdenziale, ma che si sono rivelati mero strumento di risparmio da parte delle aziende, strumento di crescita del precariato, con l’aggiramento delle tutele valide per il lavoratore dipendete diretto.
L’Autore denuncia, inoltre, la presenza di redditi salariali bassi che compongono l’impossibilità di accumulare sufficienti risparmi per affrontare in sicurezza i periodi di disoccupazione “fino al prossimo inferno pseudo lavorativo”.
Ciò espone il lavoratore al rischio di dover accettare giocoforza lavori ancora più flessibili e meno remunerativi, pur di avere un reddito con cui provvedere alla propria sussistenza, creando una forma di retroazione che accentua ulteriormente i problemi derivanti dalla precarietà.
Un genere di scrittura, quella di Dezio, che trae linfa dai fermenti putrefattivi della società e manifesta la sua natura politecnica, il suo procedere di sponda con varie discipline: meccanica, informatica, economia, pubblicità, design, …
Un romanzo che è un’altalena narrativa e che vede prima affermarsi la civiltà tecnologica come soddisfacimento dei bisogni primari e poi le operazioni di smontaggio delle fabbriche. Una scrittura a metà strada tra invenzione e matrice documentaria, sicuramente con intenti di denuncia sociale, nonostante vi sia la consapevolezza, da parte dell’Autore, che soltanto la civiltà della fabbrica abbia potuto ridare dignità alle classi meno agiate, specie al Sud, restituendo quella che Calvino definiva “una via di libertà”, un’idea di lavoro quale veicolo di riscatto, di fuga da una condizione subalterna che si manifestava all’interno del panorama della questione meridionale, nelle ragioni conflittuali tra latifondo, riforma agraria ed emigrazione.
Dezio descrive una realtà che cambia pelle, si modifica, prefigura la definita trasformazione del lavoro fino alla crisi profonda di oggi, in cui il tema della flessibilità fa rima con precarietà, in cui i partiti politici sono distaccati dalla base popolare, sono vuoti centri di potere, in cui l’egoismo metodologico delle banche incatena. Cosa resta da fare? Trincerarsi nel bunker virtuale di un individualismo debole, consegnarsi alle logiche dell’homo oeconomicus o spendere la vita su Facebook, sperando che la politica recuperi gli antichi legami con i sogni?
Il protagonista oppone resistenza al tentativo da parte del sistema di rendere gli individui numeri, utensili, riconosciuti solo per il grado di techné posseduta, non aderisce al modello di comunità abitata da individui massificati, “atomi sociali senza avvenire” citando Natalia Ginzburg in “Lessico famigliare”. Racconta il mondo del lavoro dal di dentro, dall’intestino, scegliendo “il perimetro aziendale come luogo fisico ed elettivo del male”, un tetro capannone fordista lontano anni luce dagli spazi umanistici dell’olivettismo, che voleva la fabbrica produttrice di bene, non solo di beni. Appare come una testimonianza eloquente di un’esistenza condotta in modo ribelle e disordinato, fuori dagli schemi comunemente accettati, ai margini di una società che non si cura dell’individuo, che fagocita coloro che non si arrendono e chiunque non si adegui alle necessità della finanza e della produzione sfrenata che alimenta in modo abnorme l’accumulo di ricchezza, i consumi che finiscono per diventare vani e fini a se stessi.
Francesco è contrario alla filosofia dell’accontentarsi perché ciò significherebbe amplificare l’immobilità sociale e le diseguaglianze, nonostante i disagi, il malcontento, la frustrazione riconosciuta nel riempire tutte le ore disponibili postando cazzate su Facebook.
La gente per bene è un romanzo scomodo, picaresco e incazzato, come lo ha definito Antonio Moresco. È una ribellione contro l’establishment politico-culturale, obbedendo all’esortazione di Michel Houellebecq di affondare il coltello negli argomenti di cui la gente non vuol sentir parlare, perché bisogna essere abbietti per essere veri.
Lo stile è anticonformista, capace di far sorridere mentre dice qualcosa di serio e grave. Stile aspro, diretto, talvolta così crudo da sfiorare i limiti della sgradevolezza avvertibile sul piano fisico, privo di edulcorazioni, estremamente accurato nella scelta lessicale. È uno stile utile per dire quello che devi dire (Bukowski). Dezio utilizza la forma del linguaggio parlato in forma scritta, il gergo della strada, animandolo in periodi brevi e concisi, non banali, che lasciano spazio al contesto, riducendo al minimo le descrizioni.

La gente per bene: ritratto (pugliese) di una generazione in crisi

di Giuseppe Di Matteo

La gente per bene: ritratto (pugliese) di una generazione in crisi

Radionorba Online

L’io narrante oscilla tra autobiografia e finzione. Il tono, volutamente caustico, si sposa a una scrittura tagliente, che asseconda i pugni (letterari) nello stomaco di Chuck Palahniuk e il radicalismo di William Burroughs. La gente per bene di Francesco Dezio, edito da Terrarossa (207 pp., 15 euro), è un’opera dalle mille sfaccettature e suggestioni. Lo stile, asciutto ed essenziale, ricorda la vena di certi autori americani della beat generation; ma si percepisce anche un omaggio ostentato ai padri nobili della letteratura industriale, filone che dal secondo dopoguerra non ha mai smesso di raccontare il mondo del lavoro dall’interno (nel romanzo risuonano soprattutto gli echi de La vita agra di Luciano Bianciardi e del Memoriale di Paolo Volponi, ma non manca anche qualche riferimento ad autori più contemporanei come Tommaso di Ciaula, Angelo Ferracuti, Michela Murgia e Giuseppe Culicchia).

L’io narrante oscilla tra autobiografia e finzione. Il tono, volutamente caustico, si sposa a una scrittura tagliente, che asseconda i pugni (letterari) nello stomaco di Chuck Palahniuk e il radicalismo di William Burroughs. La gente per bene di Francesco Dezio, edito da Terrarossa (207 pp., 15 euro), è un’opera dalle mille sfaccettature e suggestioni. Lo stile, asciutto ed essenziale, ricorda la vena di certi autori americani della beat generation; ma si percepisce anche un omaggio ostentato ai padri nobili della letteratura industriale, filone che dal secondo dopoguerra non ha mai smesso di raccontare il mondo del lavoro dall’interno (nel romanzo risuonano soprattutto gli echi de La vita agra di Luciano Bianciardi e del Memoriale di Paolo Volponi, ma non manca anche qualche riferimento ad autori più contemporanei come Tommaso di Ciaula, Angelo Ferracuti, Michela Murgia e Giuseppe Culicchia).

Non potrebbe essere altrimenti: la biografia di Dezio racconta l’odissea di uno scrittore che si porta sul groppone il suo passato di operaio nell’affascinante scenario della Murgia barese, assai lontana dal capoluogo e soprannominata, in virtù della sua grande operosità, “il Veneto di Puglia”.

Ma se in Nicola Rubino è entrato in fabbrica (pubblicato da Feltrinelli nel 2004 e riproposto in una nuova veste da Terrarossa nel 2017) l’autore altamurano, quasi ergendosi a Cassandra dei tempi moderni, descrive senza indulgenza l’alba del precariato e il progressivo smantellamento delle tutele essenziali all’interno di quell’immenso alveare sociale che è la fabbrica, ne La Gente per bene affronta invece con uno stile più maturo, ma pur sempre protestatario, la compiuta polverizzazione del mondo del lavoro e l’incubo di chi, a quarant’anni e passa, si consuma nella speranza di reinventarsi di continuo (non di rado assecondando gli umori di tecnologie capricciose) ed è obbligato a confrontarsi con logiche lontanissime da quelle a cui erano abituate le generazioni precedenti.

Anche in questo caso la storia è ambientata nel territorio murgiano, dove i discendenti del “popolo di formiche” narrato da Tommaso Fiore si sono progressivamente trasformati in imprenditori attirati dai soldi facili per poi ritrovarsi, dopo il boom degli anni Novanta, schiacciati dalla crisi e dalla globalizzazione. Il personaggio principale, al quale l’autore presta il suo nome, si muove tra le pieghe di un mondo terribilmente classista all’interno del quale i privilegi (e il diritto di comandare) spettano al tono falsamente cordiale della “gente per bene”, che detiene per diritto di nascita lo scettro del potere e vive di continue ipocrisie. A lui, invece, estraneo ai circoli della buona borghesia, non resta che rinunciare alla letteratura, che pure ama, e aggrapparsi al sogno di lavorare come disegnatore meccanico. Scelta sofferta, ma pragmatica, che, in virtù delle ristrettezze mentali ed economiche di una famiglia vecchio stampo, lo porta ad accettare supinamente le conseguenze del “mondo di mezzo”: come nel caso del precedente romanzo, il protagonista si muove in una giungla di contratti a termine, regole flessibili a seconda delle convenienze e gerarchie rigidissime. Al vertice della piramide i padroni, sovente invisibili e intoccabili, dettano legge: ai sottoposti non resta che accettare il perpetuo ricatto, pena l’esclusione e il baratro della depressione.

Un inferno quotidiano privo di redenzione, che Dezio tratteggia con dovizia di particolari privilegiando il ritmo narrativo del reportage e avvalendosi di una scrittura capace di accogliere nel suo seno gergo e dialetto senza tuttavia sminuire il tono del racconto.

Ne vien fuori il ritratto sanguinante di una società abbandonata a se stessa  dai suoi attori principali: la politica anzitutto (sia nazionale che locale), ma anche l’imprenditoria, risvegliatasi bruscamente dopo l’ubriacatura degli anni d’oro e l’apertura delle frontiere: “Adesso invece gli industriali comprendono i limiti della globalizzazione, che non è solo esportare quello che sai fare tu, dal momento che quello che sai fare tu dura fino a quando  non arriva uno che quello che sai fare tu lo sa fare meno caro prima e meglio”, mormora uno dei personaggi della storia. E qui l’allusione nemmeno troppo velata è ai “cinesi maledetti”, che “si sono voluti accomodare sui divani, ma ci stavano seduti in troppi, e quelli, con un minimo colpo di culo, hanno fatto cadere a terra gli altri”.

Ma attraverso l’efficace affresco di Dezio si legge anche il disagio dei quaranta-cinquantenni di oggi, eternamente costretti a competere con la concorrenza sleale dei nuovi arrivati, spesso più giovani di loro e disposti a rinunciare ad alcuni diritti fondamentali pur di sopravvivere. Anche per questo durante la lettura, tra una risata e l’altra (sia essa amara o sguaiata), è consigliabile raffinare lo stomaco: il rischio, infatti, è quello di arrabbiarsi. E non poco.

LA PESTE di Albert Camus e la fragilità di chi si accosta alla scrittura — VITA DA EDITOR

Tra i tanti memorabili personaggi del capolavoro di Albert Camus, La peste, c’è un modesto impiegato comunale con velleità letterarie, Grand; qui di seguito un suo dialogo con il medico Rieux in cui emergono tutta l’incertezza e la fragilità di chi si accosta umilmente alla scrittura. Il brano è tratto dall’edizione dei Grandi Tascabili Bompiani […]

via LA PESTE di Albert Camus e la fragilità di chi si accosta alla scrittura — VITA DA EDITOR

1943-H

Di Sara Verni

 

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Alex mi aveva detto di sbrigarmi perché voleva mostrarmi una nuova, spettacolare invenzione. A lui piacevano molto le materie scientifiche, soprattutto la fisica e la chimica. Sorrisi: chissà, magari stavolta avrebbe ideato un marchingegno per produrre dal nulla gomme da masticare o barrette di cioccolato. L’ultima volta che ero andata a trovarlo aveva creato una stampante da un tostapane e una cartuccia d’inchiostro: peccato che dopo aver stampato il primo foglio, la macchina esplose inzaccherandoci d’inchiostro.

Giunta a casa sua, guardai il suo balcone e da dietro i vetri delle finestre vidi un bagliore azzurro.
“Uh,” mi dissi, bussando alla porta, “avrà progettato qualche nuova diavoleria”.
“È aperto, entra e vieni subito in camera mia!” mi gridò.
Mi precipitai da lui. La carta da parati aveva degli orsetti astronauta come motivo ornamentale era tutt’ora chiazzata d’inchiostro.
Gli diedi un bacio sulla guancia, lui porgendomi un oggetto dalla forma ovale piuttosto pesante, mi disse “Hannah, guarda questo medaglione” .
“Lo hai fatto tu?” chiesi, strofinando il pollice sulla copertura in rilievo del ciondolo.
“No, l’ho trovato… Dagli un’occhiata, ti prego. Aprilo.”
Sul coperchio arabescato decifrai una scritta: “1943-H”
“Aprilo.”
Lo sollevai. Al suo interno si agitava un vortice blu tridimensionale con dei puntini che brillavano. Sussultai spaventata. Il medaglione cadde per terra: il coperchio si richiuse da solo emettendo un suono stranissimo.
“Alex, che roba è?”
“Sai che era nel tuo giardino? L’ho scoperto col metal detector. Avrei dovuto avvisarti, ti chiedo scusa. Non hai capito ancora di che si tratta?”
“Francamente no.”
“Mi piacerebbe farti fare un esperimento.”
“Alex, guarda che non sono la tua cavia! Ho ancora un’ustione sul gomito a causa del tuo pancakes-fai-da-te, per non dire dei vestiti così imbrattati che ho dovuto buttarli nella spazzatura. Tutto grazie alla tua magica stampante-tostapane!
“Dài, Hannah, fallo per me, sono il tuo migliore amico. Per favore…”
“Tu in cambio che mi dai? Non vorrei mettere a repentaglio la mia vita. Assicurami, intanto, che funziona.”
“Due settimane da Starbucks, pago io.”
“Mi prendi per la gola. Sai bene che vado matta per il loro cibo. Questa è corruzione bella e buona! Certo è che se te la do sempre vinta un giorno mi vedrò trasformata in un mutante.”
Alex aveva un quoziente intellettivo più alto rispetto alla norma e sembrava ben più maturo dei suoi quindici anni. Era ben più alto di me, io però lo consideravo un fratello maggiore.
“Sei pronta nanetta?”
“Sono pronta, ma quando ritornerò? Come comunicheremo?”
Sappi che finché sarai lì io e te non potremo dialogare in alcun modo. Tranquilla, funziona, l’ho già testato con il mio gatto, ed eccolo lì, come vedi è ancora bello vispo. Potrai tornare solo quando una persona in quel tempo e luogo morirà,” disse, deglutendo per ansia.
“Andiamo bene!” risi, nervosamente.
“Tu non temere: tra qualche istante sarai in Germania, nel 1943.”
“Che dio me la mandi buona.”
“Infila un dito nel medaglione. Vedrai che accadrà qualcosa di magico.”
“Ciao migliore amico, ci vediamo tra!…”
“Dodici ore,” precisò lui.
Misi l’indice nel medaglione e venni risucchiata da quel gorgo. Chiusi gli occhi per paura: quando li riaprii vidi che galleggiavo nel vortice blu.
“Come è possibile? Può un vecchio medaglione aprire un varco nello spazio-tempo?”

Caddi di sedere a terra. Non appena mi riebbi dal dolore, sentii una voce roca che si rivolgeva a me.
“E tu chi saresti?” mi stava chiedendo un ragazzo alto, magro, dalla voce roca, mentre mi porgeva la mano per aiutarmi a rialzare.
“Mi chiamo Hannah”.
“Io Harry,”  mentre sorrideva, ai lati della bocca si formarono due fossette.
Lo guardai meglio: i suoi ricci scuri gli incorniciavano i lineamenti decisi del volto e gli occhi verdi smeraldo.
“Dovresti metterti qualcosa di decente, quei pantaloni sono tagliati a metà! Hai le gambe scoperte!” disse, coprendosi gli occhi con le mani per la vergogna.
“Ehm, sì, veramente, si sono strappati mentre giocavo a calcio…” dissi, inventando una scusa.
“E da quando le ragazze giocano a calcio?
“In effetti, nel mio villaggio può accadere anche questo, sono molto avanti coi tempi,” gli sorrisi impacciata. Mi guardai intorno. La stanza era confortevole, sobriamente arredata. Le pareti, ingiallite per l’umidità. Piedi e testata del letto erano di legno massiccio, ad intarsi barocchi. Il materasso era avvolto da un candido copriletto. Il parquet scricchiolava.
“Tieni, puoi indossare questo, era di mia sorella, grossomodo aveva la tua taglia. Torno quando hai finito.”

Era un vestito lungo fino alle ginocchia, blu notte, con un colletto bianco e un grembiulino sulla gonna, in pizzo. Lo indossai. Ammirandomi allo specchio vidi che non era così male: mi ci sarei abituata. Misi dei calzini bianchi con dei mocassini color mogano prelevandoli dal mobiletto in legno accanto al letto. Girai su me stessa: il vestito mi andava a pennello e per di più dava risalto ai miei occhi grigi.

Aprii la porta e vidi Harry che mi ammirava dall’alto in basso.
Arrossii.
“Sei stupenda,” deglutì.
“Grazie,” risposi, abbassando lo sguardo.
Il ragazzo riccioluto mi prese per mano invitandomi a seguirlo. Al contatto provai sottopelle un piacevole fremito.
“Spiegami come mai eri in camera mia,” si fermò ritto sulle scale, prima di portami al piano di sotto.
“Beh ecco, io non lo…” Sentimmo l’ululato lancinante di una sirena. Harry mi afferrò la mano.
“Seguimi, non abbiamo molto tempo, dobbiamo fuggire!”
Uscendo all’aperto la luce del sole mi abbagliò finché non iniziai a mettere a fuoco: case a due piani, di modeste dimensioni si innalzavano attorno ad una piazza.
Harry quasi mi trascinava, nella corsa. Scendemmo in un sotterraneo, forse un bunker. Signore, bambini e anziani si erano rifugiati lì. Tremavano mentre la sirena d’allarme continuava ad assordarci.
“Harry, che succede?”
“Allarme bomba dai nemici.”
Ci fu un boato spaventoso, quello di una bomba. Gridai, di soprassalto. Dal soffitto di cemento si staccarono polvere e calcinacci. Harry mi tirò a sé, protettivo, cingendomi la vita e il capo con le sue bracci. Mi baciò i capelli: “Non temere, andrà tutto bene, ci sono io qui. Stai tranquilla, tra poco tutto finirà.”
Lo conoscevo da poco e volevo credergli con tutta me stessa.
Un uomo in tenuta militare ci venne incontro per avvisarci che il pericolo era cessato e che potevamo tornare alle nostre abitazioni.
“Harry, posso farti una domanda?”
“Dimmi Hannah,” rispose senza distogliere lo sguardo dal mio.
“Sto bene con te. È come se ci conoscessimo da sempre.”
“Non so. Mi sembra di averti già conosciuta o vista da qualche altra parte…” si avvicinò di più al mio viso. Sentii il suo respiro sulle mie labbra.
“Dobbiamo rientrare.”

Adesso eravamo seduti ad un tavolo di marmo, nel soggiorno.
“Vorrei confidarti un segreto, prometti che non lo rivelerai a nessuno?”
“Promesso. Dimmi.”
“Sono ebreo. Qui non vogliono gente come me. Sono riuscito a far falsificare i documenti d’identità. Se lo scoprissero i tedeschi sarei morto.”
“Io non ti tradirei mai, stai pur certo.”
Lui mi sorrise e io lo abbracciai da dietro.
“Quella collana l’ho già vista.” Si avvicinò per aprirla e vide la foto color seppia: ritraeva due persone che ci assomigliavano come due gocce d’acqua.
“Somigliano a noi due…” disse, preoccupato.
“E’ mia nonna e, forse, il fidanzato.”
A suo tempo lei mi aveva detto che il nonno (forse l’uomo della foto) era morto in guerra, senza rivelarmi altro.
“Hannah, piccola, che hai,” mi disse accarezzandomi i capelli: stavo piangendo. In quella foto mia nonna era identica a me e, altra coincidenza, avevo il suo stesso nome.
Si avvicinò di più al mio viso. Il suo dolce profumo nelle narici. Ci guardammo negli occhi. Chiusi i miei istintivamente e le sue labbra rosee si posarono sulle mie. Le mie mani si posarono sulla sua massa riccioluta di capelli. Il mio primo bacio: le mie guance, avvamparono.
Bussammo alla porta e ci ricomponemmo.
“Harry Edwards, esca immediatamente!”
Lo guardai con tristezza mescolata alla paura, lui mi prese per il braccio e mi attirò a sé.
“Vai in camera mia e chiuditi a chiave. Se senti che non verrò a chiamarti, salta dalla finestra, cadrai sulle foglie che ho messo da parte per pulire il giardino,” sussurrò, dandomi un bacio sulla fronte e sciogliendo la stretta.
Corsi in camera sua e mi stesi sul letto. Affondai il viso nel cuscino e piansi silenziosamente. Ne ero ormai innamorata. Mi rigirai nel letto con la pancia in su e puntai il mio indice sul petto che si alzava e abbassava velocemente.
Tacqui, per ascoltare quel che accadeva al piano di sotto.
“Edwards, che piacere rivederla, perché ci ha messo così tanto?”
La voce, imponente, era quella di un tedesco delle SS. Sentii che sogghignava.
“Ero di sopra, stavo riposando. Scusatemi signori. Posso offrirvi un liquore?”
“Caro Edwards, non siamo venuti qui per bere con te. Noi sappiamo tutto.”

Spari d’arma da fuoco.
Mi coprii le orecchie e chiusi gli occhi.
Il mio Harry. Non poteva essere morto. Sentii dei passi pesanti salire le scale, stavo per saltare dalla finestra, ma il mio vestito si era impigliato.
“Non ora, in una situazione simile.” Pensai ad alta voce. La porta si aprì. Ero a penzoloni, pronta a calarmi giù sul mucchio di fogliame appassito. Forse mi avrebbero ammazzato. Dalla tasca del grembiule penzolava il medaglione. Sperai non cascasse giù.
“Sei sempre così sbadata?” Era lui, il mio uomo. Mi prese dalla vita e mi tirò su. Per fortuna il medaglione era ancora in tasca.
Piansi nel rivederlo: non smettevamo di guardarci. Aveva del sangue sulla spalla e sul volto.
“Ti fa male?”
Gli tastai la ferita.
“Mi ha preso di striscio, non è niente. Dobbiamo andare via. Ne arriveranno altri, tra poco,” disse, aggrottando la fronte.
Ammirai ancora quelle fossette deliziose.
Prima che ci lanciassimo nel vuoto e fuggissimo da lì gli diedi un bacio sulle labbra.  Correvamo senza una meta. Mano nella mano. Quel che gli altri pensavano di noi non ci riguardava. Alle nostre spalle quattro militari delle SS si diedero all’inseguimento, puntando i fucili su noi. Sentii uno sparo. Correvo, ma Harry stava allentando la presa, fino ad accasciarsi a terra.
Era una scena orribile, che io vidi tutta al rallentatore. Gli afferrai il viso tra le mani e sperai con tutta me stessa che non fosse morto. Mi sorrise. I suoi occhi verdi smeraldo si erano spenti. Gridai, per il dolore e la rabbia.
Stremata dalle lacrime, posai il mio viso sul suo petto e chiusi gli occhi. Lo cullai dolcemente.
Il coperchio del medaglione si era aperto.

Mi risvegliai con un gran mal di testa. Piangevo, singhiozzando. Harry, il mio grande amore era perduto per sempre. Mio nonno, forse, l’uomo dalle simpatiche fossette mi sorrideva da quella foto.

Debole e spietata è la gente per bene

LaRepubblica-Bari del 17.04.2018

Di Francesco Dezio

 

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C’è un proverbio surrealista che recita pressappoco così: Bisogna battere la propria madre finché è giovane (l’equivalente del nostro Batti il ferro finché è caldo); il senso è chiaro: un atto va compiuto al momento della sua piena riuscita.

Da quando mi sono diplomato (1990) ho sempre lavorato in aziende meccaniche, come disegnatore o manutentore fino a che non mi è capitata una bella occasione: una grande multinazionale della meccanica, sita nella cintura del barese, dopo una trafila di colloqui, corsi di formazione alle macchine a controllo numerico – ma anche su torni, fresatrici, rettificatrici, trapani a colonnina vecchio stampo – mi assume come operaio, con la promessa del posto fisso, per poi licenziarmi, con risibili motivazioni.

Traendo profitto da quell’esperienza, a caldo, come nel proverbio che ho citato, scrivo una storia che racconta in presa diretta, senza filtri e dall’interno del ventre del mostro, la vita schifosa e alienante che avevo condotto fino ad allora assieme a quella di altri tizi assunti come me con contratto di formazione. La grande editoria si accorge di me. Esordisco col botto, con Feltrinelli, nel 2004. Il romanzo si chiamerà, ça va sans dire, Nicola Rubino è entrato in fabbrica e sarà un caso letterario; Roberto Saviano dalle pagine del mensile Pulp, lo recensisce così: «Questo romanzo riesce a spurgare tutto il falso ciarlare sul lavoro, sugli stage, sul part-time, sulla flessibilità, sulle risorse umane. E ci si ritrova con la materia vera, quella dello sfruttamento totale e spietato».

Bene, la favola finisce qui. Altri cinque anni e Feltrinelli, il primo esempio di letteratura postindustriale del nuovo millennio (cito la loro quarta di copertina) sceglie di mandarlo al macero. La faccenda può dirsi archiviata. Pure io mi eclisso: smetto di scrivere, seguo un corso di formazione come disegnatore meccanico e, di curriculum in curriculum, rientro nei ranghi, trovando impieghi in aziende medio-piccole (per lo più come disegnatore meccanico) sempre per pochi mesi, rendendomi ben presto conto che la differenza tra la nuova professione intrapresa e quella dell’operaio è altrettanto improntata a metodi di produzione fordista-taylorista. Per di più, nel corso degli anni m’accorgo che questo bene, il lavoro – in Economia, da intendersi come un’entità disponibile in quantità limitata, reperibile e utile, cioè idonea a soddisfare dei bisogni – si sta estinguendo, grazie a dei governi di destra e di fintasinistra che lo hanno frammentato e flessibilizzato in una miriade di contratti fasulli.

Ma c’è sempre uno scarto, una sorpresa… Se da un lato la vita di lavoratore dipendente si arena così, fatalmente riparte quella di narratore. Nel 2013 conosco Giovanni Turi, l’editor che aveva pubblicato dei miei racconti per un editore pugliese; intorno al 2015 Giovanni mi ricontatta per illustrarmi un suo progetto editoriale, TerraRossa, nel quale vorrebbe ripubblicare Nicola Rubino per la collana Fondanti: accetto, lo riscrivo, attualizzandolo; nel frattempo ho concluso la stesura di un nuovo romanzo e mi sembra naturale continuare con lui la collaborazione.

E si arriva a La gente per bene con un protagonista che si chiama esattamente come me, ma non sono io o non sono me del tutto… Il nuovo romanzo, al pari del precedente, nasce da sentimenti di frustrazione e rabbia (non è casuale che abbia scelto i Nirvana, in esergo, a introdurre i fatti: “Non mi puoi licenziare perché mi sono già arreso”).

Così racconto del perché siamo arrivati qui, ad una disoccupazione che si va cronicizzando. Stravolgo il memoir in modo poco classico e molto allucinato e narro le origini contadine della mia famiglia e ripercorro la storia del mio percorso scolastico nell’intento di descrivere com’è avvenuta l’industrializzazione a Sud (rapida e piena di scompensi), in particolare nel comparto murgiano, ad esempio con l’epopea semiseria di Natalino Manucci, il grande self-made man pugliese, che conquista i mercati americani ma è poi divorato dai cinesi, tanto per citare solo uno degli episodi.

Tutte le storie hanno una matrice comune, perché si ispirano al familismo amorale (da quel A chi appartieni, duro a morire…) e denunciano la debolezza culturale (dico d’impresa, eh, non parlo di letteratura) congiunta alla paesanità più becera di certi imprenditori.

Il lettore si imbatterà in capitoli comici che si alternano ad altri più cupi e introspettivi, altri ancora fortemente satirici, senza soluzione di continuità. La trama non è fondamentale: è un romanzo che riproduce la vita del protagonista, che è tutta scassata episodica ed insensata, con “una struttura dalla forma libera e aperta” (qui cito Antonio Moresco in quarta di copertina).

La gente per bene siamo un po’ tutti quanti. Ognuno di noi è convinto di trovarsi dalla parte giusta, sia i fessi come me, disoccupati cronici, sia gli imprenditori in cui mi sono imbattuto, che sulla carta si dipingono come benefattori dell’umanità e invece, marxianamente, pensano solo a fare il bene loro, sfruttando il prossimo: li vedi a ingozzarsi come porci, non gliene frega niente dell’ascesa sociale, della crescita aziendale. Nella frase che ho messo in corsivo cito uno dei talentuosi diseredati di questa nostra Puglia, quel Matteo Salvatore, menestrello alla Woody Guthrie e genio ribaldo, sfottente e istrionico, nel quale narrativamente mi identifico.

Quanto al titolo, deriva da un brano de Il lavoro culturale di Bianciardi: “La gente per bene aveva a noia questa folla di omaccioni massicci, troppo vestiti e troppo sudati, che certamente non odoravano di rose”.