Le dieci regole (punk) per gli sceneggiatori di Joe Eszterhas

Il celebre sceneggiatore e romanziere americano ha recentemente dettato alla rivistaMovieMaker le sue “10 regole d’oro per gli sceneggiatori“. Si noterà un certo livore nei confronti dell’attuale politica degli Studios hollywoodiani, ma tant’è. In pratica questo decalogo è a tutti gli effetti la versione punk delle normali regole di scrittura. Potrebbe essere sconsigliabile applicare questi consigli alla lettera. Poi fate voi.

 

Le dieci regole dello sceneggiatore di Joe Eszterhas:

1) Non guardate troppi film recenti. La maggior parte dei film che escono oggi sono spaventosi. Vi deprimeranno e arriverete a pensare: “Come hanno potuto portare sullo schermo questa sceneggiatura orribile, piuttosto che comprare la mia?” Risparmiatevi questa angoscia. Piuttosto leggete un buon libro.

2) Non usate mezzi termini. Se l’idea che vi ha suggerito un dirigente è una schifezza, non dite “Beh, questo è interessante”, ma dite: “Questa idea è davvero una merda.” Le persone con cui avete a che fare non sono stupide, sono solo futili. Al fondo del loro cuore sanno che la loro idea è una merda.

3) Non lasciate che vi convincano a cambiare quello che avete scritto. Un regista non è uno sceneggiatore e tanto meno lo sono un produttore o un dirigente. Voi vi guadagnate da vivere scrivendo, voi siete i professionisti, loro sono i dilettanti. I migliori dilettanti! Trattateli come tali. Fateli sentire esattamente così.

4) Non “pitchate” le vostre storie, scrivetele. Perché cercare di convincere una stanza piena di ignoranti egocentrici che si può scrivere una buona sceneggiatura su un particolare argomento? È sufficiente sedersi e scrivere questa maledetta storia. È molto più onesto fare qualcosa bene, piuttosto che promettere di fare bene.

5) Scrivete con il cuore. La vita è breve, molto più breve di quanto si pensi. Non lavorate come mercenari. Se vi vogliono assumere per scrivere qualcosa, fatelo solo se il lavoro ha una risonanza spirituale, psicologica o sessuale in voi.

6) Mentite sempre riguardo alla prima stesura. Io ho fatto finta che stavo lavorando alla sceneggiatura di Basic Instinct per anni quando l’ho venduto per una somma record. Quando il film è diventato il più grande successo commerciale del 1992, ho detto la verità: ci sono voluti appena tredici giorni a scriverlo.

7) Ricordatevi dei segreti di famiglia. Se vi trovate in ​​difficoltà e non sapete cosa scrivere, pensate a tutte quelle cose di cui non si parla nella vostra famiglia. Da qualche parte lì si trova almeno una buona sceneggiatura.

8) Di fronte al regista, non vi piegate. Non importa quanto sia affascinante, il regista non è un vostro amico o un vostro collega. Il regista è il vostro nemico. Vuole imporre la sua visione creativa rispetto alla vostra. Vuole prendere quello che avete scritto, assumerne la proprietà e prendersi tutto il merito.

9) Annerite un po’ il vostro cuore. Il mio vecchio e molto costoso agente, Guy McElwaine, mi disse: “Non c’è cuore più nero del cuore nero di un agente.” Anche se è stato il mio agente per lungo tempo e anche se mi è veramente piaciuto, è venuto un giorno in cui gli ho voltato le spalle.

10) Non lasciate che i bastardi vi scoraggino. Se non riuscite a vendere lo script, o se vendete la sceneggiatura, ma quelli assumono un altro sceneggiatore per massacrare il vostro lavoro, o se il regista si attribuisce tutto il merito della scrittura nelle interviste, o se gli attori pretendono di avere improvvisato le vostre battute migliori, o se siete messi in disparte alle conferenze stampa. Sedetevi e scrivete un’altra sceneggiatura. E se la stessa disgrazia vi succede con quella, scrivetene un’altra e un’altra ancora fino a quando non ne avrete una che un regista porterà sul grande schermo, ma con la vostra visione.

Erano le dieci regole di Joe Eszterhas per non diventare (o per non rimanere) sceneggiatori. Non confondete mai fiducia in voi stessi e arroganza, giovani Padawans, o potreste bruciarvi…

Tratto da  http://www.scenario-buzz.com

Traduzione e adattamento a cura di Aaron Ariotti.

L’articolo tradotto, invece, è tratto da qui.

Dietro le quinte della GENTE PER BENE di Francesco Dezio — Francesco Dezio

Originally posted on VITA DA EDITOR: Come un’eruzione di ironia, acume e frustrazione diventi una potente opera letteraria Lo smartphone comincia a squillare e compare il nome di Francesco Dezio. Ho qualche istante di esitazione prima di rispondere: le sue telefonate sono sempre sfiancanti, ma è anche uno degli scrittori più talentuosi con cui abbia…

via Dietro le quinte della GENTE PER BENE di Francesco Dezio — Francesco Dezio

Loving Vincent

 

Attraverso 60000 tele dipinte a mano un suggestivo viaggio nella vita e nell’arte di uno dei più grandi artisti di sempre. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a Golden Globes e 1 candidatura a BAFTA.

 

Un thriller interamente costituito da pittura che coinvolge totalmente lo spettatore.

Recensione di Rossella Farinotti

Quando il cinema incontra l’arte l’esito non è mai banale ed è sempre un arricchimento. Soprattutto se, come accade in Loving Vincent, ogni singolo fotogramma del film è realizzato a mano.

Dorota Kobiela, pittrice polacca, e il regista inglese Hugh Welchman, hanno intrapreso questa avventura sei anni fa per raccontare, attraverso uno stile da cinema noir, le ultime settimane di vita del pittore olandese trasferitosi ad Arles, in Francia, nel 1888.

Vincent Van Gogh, l’artista più noto al mondo, pioniere dell’arte contemporanea e personaggio tormentato, nel luglio 1890 si spara in un campo di grano nei pressi di Arles. Il giovane Armand Roulin, figlio del postino Roulin, unico amico di Van Gogh -, non convinto del suicidio dell’artista, ripercorre le sue ultime settimane di vita incontrando le persone che, anche nei momenti più drammatici, gli sono state vicine.

Da Adeline, la padrona di casa del pittore, a pére Tanguy, fino al pescatore o il dottore Paul Gachet e la figlia tutti rigorosamente ritratti a olio, restituendo vita all’immediato e riconoscibile stile di Van Gogh. La casa gialla, il campo di grano e i fiori azzurri, la stanza con la sedia… realizzati con pennellate vivide, colori visionari e brillanti, e quel movimento fluido tipico del tocco “vangogghiano”, si alternano al bianco e nero delle parti narrative.

Un film prodotto con tenace e minuzioso lavorìo in cui più di 100 artisti, con la tecnica del Painting Animation Work Station hanno animato un thriller interamente costituito da pittura che coinvolge totalmente lo spettatore.

 

Fonte mymovies

The Breadwinner (“Colui che porta il pane a casa”)

 

 

La lotta di una ragazza afghana contro l’oppressione.

 

La storia di Paryana, 11 anni, che cresce sotto il governo del Taliban, nell’Afghanistan del 2001. Quando il padre viene ingiustamente arrestato, Paryana si traveste da ragazzo per aiutare la famiglia. Con intrepida perseveranza, si dà forza grazie alle storie raccontate dal padre, fino a rischiare la propria vita pur di scoprire se è ancora vivo. Emozionante ed affascinante, The Breadwinner è un racconto entusiasmante e senza tempo sul potere trascendentale e taumaturgico delle storie.

 

Prodotto da Angelina Jolie e dai creatori del candidato al premio Oscar The Secret of Kells e La canzone del mare, il film è tratto dal bestseller di Deborah Ellis. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar e 1 candidatura a Golden Globes.

La gente per bene, Francesco Dezio

2018 • pp.214 • ISBN: 978-88-94845-05-1

15,00
gente per bene

Sinossi

Con rabbia e ironia il narratore racconta il trascinarsi delle ore e dei giorni da disoccupato o come dipendente alle prese coi meccanismi insensati e truffaldini dell’imprenditoria, in una provincia specchio della nazione e sempre più abbandonata a se stessa. Dezio non si limita a raccontare la fine del lavoro e l’ingiustizia sociale, ma reinventa un linguaggio e una sintassi che sfruttano al meglio tutte le loro possibilità in un caustico romanzo che rilancia e porta avanti il discorso sulla precarietà, che sfoga l’amarezza per una politica inadeguata e per le disparità sociali che si perpetrano di generazione in generazione.

Passi il tempo così, ti lasci per strada la vita così, a inviare via e-mail il curriculum. Non ti sei neppure accorto che le rotelline della sedia su cui stai seduto stanno incidendo il pavimento a forza di ruotare. Pure tu stai scavando, per vedere la luce in fondo al tunnel. Cammini in tondo per la stanza come i matti. Ascolti le pareti in cerca di risposte. Poi ti svacchi sul letto. Altro momento topico della tua esistenza da zombie che non conta niente perché privo di qualsiasi capacità d’acquisto.

Lettore ideale: chi è insoddisfatto del proprio tempo; chi è stanco di sottostare alle leggi del mercato; chi apprezza le scritture che sanno oscillare tra satira e denuncia, gergo e letterarietà; chi è stato folgorato da qualche opera di Houellebecq o di Bianciardi.

Fine del lavoro, disoccupazione endemica, polverizzazione sociale, illusioni perdute, vite spezzate, famiglie implose, irruzione ipertecnologica e strutture famigliari e sociali arcaiche…
Un romanzo scomodo, dalla forma libera e aperta, che fa ridere e riempie di desolazione, scatenato e beffardo, picaresco e incazzato, disperato e vitale, realistico e allucinato, perché bisogna attingere anche alla verità dell’allucinazione per poter descrivere una realtà simile a un’allucinazione. Una lingua in presa diretta, che ci fa vedere e toccare con l’effetto-presenza della letteratura cosa sta succedendo e bollendo nella pancia del nostro Paese e del nostro Sud, un libro che dovrebbe essere letto da tutte le persone che ne hanno a cuore le sorti.
– Antonio Moresco

 

Francesco Dezio è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto nell’antologia Sporco al sole. Racconti del sud estremo (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, opera che inaugura una nuova stagione della cosiddetta letteratura industriale e ora riproposta da TerraRossa Edizioni. Del 2014 è la sua prima raccolta di racconti, Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo), diversi dei quali già apparsi su quotidiani e riviste. Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit su Rai Radio 3. Ha collaborato con «l’Unità», «la Repubblica-Bari», «Corriere del Mezzogiorno». Il suo ultimo romanzo è La gente per bene.

 

Daniele Cellamare, La fortezza di Dio

Guardate questa copertina. Bella, vero?
Come sempre è opera di Francesco Dezio, che ha saputo rendere l’idea di cosa sarà questo nuovo romanzo storico, scritto dalla sapientissima testa di Daniele Cellamare.
Quello che si vede sullo sfondo è il Krak dei Cavalieri, un imponente edificio in cui la Povera Milizia di Cristo si dedicava alla sua missione. Tutti conosciamo o abbiamo sentito parlare di questi cavalieri, affascinanti nelle loro armature, ma poco si è sentito parlare dei sergenti, coloro che avevano il mantello nero.


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La Povera Milizia di Cristo è solo uno dei tanti elementi che compongono il puzzle di questo romanzo articolato.
Scorrendo le pagine vedremo le sculture nella cattedrale di Autunn, vivremo la vita di Pierre, giovane scalpellino, conosceremo l’inquietante Bernardo di Chiaravalle e attraverseremo con i protagonisti di questa storia molti sentieri, fino ad arrivare a Gerusalemme. Ma non ci fermeremo lì, perché Pierre è un’anima in pena che dovrà scavare a fondo per ritrovare le sue radici e conoscere le eresie, quelle che se scoperte avrebbero portato a morte certa.
Non c’è una pagina, una sola che sia noiosa e monotona, non c’è un solo attimo in cui non si venga a contatto con ciò che è stata la storia di quel periodo.
(Libro disponibile da domani sul nostro sito e in tutti i negozi on line)

 

* Tempesta Editore (da un post su Facebook per il “lancio” di una nuova pubblicazione)

Louis-Ferdinand Céline

Far passare il linguaggio parlato in letteratura – non è questione di stenografia – Alle frasi, ai periodi, occorre imprimere una certa deformazione, un artificio tale che quando uno legge il libro gli sembri che gli si stia parlando all’orecchio – Si arriva a questo mediante una trasposizione di ciascuna parola che non è mai del tutto quella che ci si aspetta, una sorpresina. È quello che accade a un bastone immerso nell’acqua; perché appaia diritto bisogna spezzarlo un pochettino prima di immergerlo, deformarlo preventivamente, se così si può dire. Un bastone regolarmente diritto invece, immerso in acqua, allo sguardo sembra piegato. Lo stesso vale per il linguaggio – il più vivace dei dialetti, stenografato, risulta sulla pagina piatto, complicato e pesante – Volendo rendere per scritto l’effetto di spontaneità della vita parlata bisogna torcere la lingua in puro ritmo, cadenza, parole, ed è una sorta di poesia che produce un grande sortilegio – l’impressione, il fascino, il dinamismo – e poi occorre scegliere il proprio soggetto – Non tutto si può trasporre.

[Céline, ovvero lo scandalo di un secolo di Ernesto Ferrero, in appendice al Viaggio al termine della notte, Corbaccio 1992-2000]

 

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