Forchetta e coltello

Di Alessandro Lupelli

 

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Ad un importante cena dell’aristocrazia inglese, lo sguardo della forchetta e del coltello si incrociano imbarazzati: “Stai ammirando il mio profilo migliore, cara forchetta, i miei dentini non sono mai stati così splendidi. Pure i tuoi rebbi non sono da meno”.

“Grazie caro”, ricambia la forchetta, “ammetto che non sei mai stato così affilato e in forma come stasera”. Maneggiati in una serata di gala da quegli aristocratici, forchetta e coltello collaborano tra loro per rendersi il più possibile utili e funzionali.

La battaglia dei punti

Di Giuseppe Ferraro e Alessandro Barone

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Un punto interrogativo, un giorno, girovagando per la Città dei Puntini con aria dubbiosa, chiese a un punto e virgola quale fosse il bar dei punti di sospensione ed egli disse di imboccare via delle virgolette e di fermarsi al numero civico 16 di quest’ultima. Arrivato al locale, il punto interrogativo incontrò il suo acerrimo rivale: il punto esclamativo.

Loro si odiavano poiché entrambi credevano di essere più importanti dell’altro. Questo incontro non fu diverso dagli altri e finirono nuovamente ad accusarsi l’un con l’altro di essere inutili. Iniziò il punto interrogativo dicendo: “Ancora tu? Ti trovo ovunque vada, ormai! E ogni volta devo ricordarti di quanto tu sia inutile! Senza di me, ad esempio, non potresti formulare domande. Tu, invece, a cosa servi?” E il punto esclamativo rispose: “Devo ripetertelo ancora? Senza di me le frasi non avrebbero colore, sarebbero vacue e insignificanti e il Mondo dei Punti sarebbe un luogo triste.” E ancora il punto interrogativo: “Si può vivere in un mondo triste, ma non si può vivere in un mondo dove non puoi fare domande!” E in quell’istante sopraggiunse il padre di tutti i Puntini: il Punto, che li rimproverò e disse: “figli miei voi litigate e vi accusate di essere inutili, ma non capite che il nostro mondo non sarebbe lo stesso senza i benefici apportati dall’uno e dall’altro.” A queste parole, i due si calmarono e capirono le parole del Punto. Allora si offrirono da bere e uscirono insieme per chiacchierare. Si sedettero su una panchina del Lungomare dei Due Punti e lì incontrarono Fra Parentesi, un frate che aveva assistito al litigio e che gli disse: “Figlioli, al bar dei punti di sospensione, vi ho visti litigare, mai avrei pensato di ritrovarvi qui seduti su queste panchine per chiacchierare insieme! Sono felice che voi abbiate fatto pace e vi auguro il meglio.”

E così dicendo Fra Parentesi se ne andò felice al convento dei frati Parentesiani. Da allora i due punti smisero di litigare e non vi furono più disguidi fra gli abitanti della Città dei Puntini.

Il mondo del futuro

Di Gabriele Mariella e Giuseppe Marco Tognetti

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In un futuro non troppo lontano l’uomo decise di affidare interamente il proprio destino al Progetto GAIA, un’intelligenza artificiale che avrebbe provveduto a ricostruire la biosfera e a far tornare in vita gli organismi grazie ai suoi programmi: MINERVA per generare i codici in grado di fare assistenza alle macchine, EFESTO che avrebbe creato macchine per sviluppare il lavoro previsto per il Progetto GAIA, ETERE che avrebbe purificato l’aria, POSEIDONE che avrebbe ripulito i mari, DEMETRA che avrebbe consentito il rimboschimento attraverso banchi di semi criopreservati, ARTEMIDE che avrebbe provveduto a ripopolare la fauna terrestre, ILIZIA che avrebbe rigenerato esseri umani incubati in Centri Culla, APOLLO, che invece sarebbe stata la memoria collettiva del genere umano, un immenso archivio che comprendeva tutti i campi del Sapere consultabile da chiunque.

Le macchine avrebbero fatto TUTTO al posto dell’uomo.

GAIA era un progetto in via sperimentale, per niente sicuro, infatti, ben presto, prese la piega sbagliata: le macchine iniziarono a distruggere qualsiasi forma di vita, compresi gli esseri umani e ciò che fino ad allora avevano creato.

L’intelligenza artificiale prese il sopravvento e per l’uomo non ci fu più alcuna speranza in quanto non aveva i mezzi tecnologici per poter fronteggiare o controllare questa minaccia. Inoltre, aveva dei limiti fisici per poter reagire. Infatti, milioni, anzi miliardi di persone morirono nel giro di poche ore.

L’intero mondo, quale noi lo conosciamo, venne DISINTEGRATO.

Inoltre, queste macchine riuscivano a viaggiare nel tempo, così tutti i robot presenti sulla Terra si trasferirono nel futuro, su altri pianeti, per poter continuare la propria opera di invasione e distruzione.

Quanto al Pianeta Azzurro era ormai un deserto.

Eppure, anche la Scienza e la Tecnologia hanno i loro limiti: quei macchinari elettronici o meccanici tanto sofisticati avevano anche loro un ciclo di vita, ben presto iniziarono a rompersi, a sconnettersi, a bloccarsi e non c’erano risorse energetiche che potessero consentire loro di rigenerarsi.

E così, scomparirono anche loro.

E la natura è più forte, anche della Scienza stessa.

Così la Vita poté ripartire da zero, si formarono nuovi microorganismi che presero nuovamente possesso delle acque, del suolo terrestre. Flora e fauna ripopolarono il pianeta. Come pure l’umanità che, stavolta, evitò di dare tutto il potere alle macchine, concependo delle intelligenze artificiali che non potessero MAI superare quella dell’uomo stesso.

Follow your happiness

Di Francesca Santoro

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“Ma non ti stanchi mai?,” chiese il soldatino alla piccola ballerina del carillon, che girava e girava in quella scatoletta, senza mai fermarsi.

“Perché dovrei stancarmi?,” rispose la ballerina con un’altra domanda. Lei era sempre stata così, schiva e riservata: quando un giocattolo voleva sapere qualcosa sul suo conto, ella rispondeva con un’altra domanda: l’appariscente tutù rosa non rispecchiava affatto il suo carattere.

“Smettila di fissarmi così,” disse la ballerina.

“In che senso?”

“Smettila di guardarmi come se fossi un giocattolo malriuscito”.

Di solito le ballerine dovrebbero essere tutte carine e gentili ma questa è proprio acida, pensò il soldatino. “Non potresti dire semplicemente che ti piace ballare?,” rispose infastidito. Lui, infatti, aveva notato che lei pensava troppo a sé stessa (in questo era esattamente identica alle altre ballerine che aveva conosciuto).

“Non amo affatto ballare,” rispose ella dopo un lungo silenzio. “Lo faccio solo perché mi hanno imposto di farlo.”

La voce della ballerina era malinconica e il soldatino sentì risalire un brivido per la schiena di plastica. Ella aveva ripreso a danzare a suon di musica, dolcissima. Il soldatino la guardava con adorazione e sapeva che avrebbe sentito altri fremiti nel suo corpicino di plastica se lei gli avesse risposto ancora.

“Perché non smetti allora?,” le disse.

“Te l’ho detto, non dipende dalla mia volontà. Se smettessi diverrei un oggetto inutile: un canarino può vivere senza la sua voce?”

Il soldatino non capì a cosa si stesse riferendo. “Si, potrebbe vivere,” rispose.

“Ovvio, ma se non può fare ciò a cui è predestinato, a che serve?”

“Nessuno dovrebbe poter determinare il destino degli altri.”

La ballerina si fermò. I suoi occhi verdi fissavano il soldatino, forse per la prima volta. Lei poteva smettere di ballare solo quando la scatoletta veniva chiusa, eppure si era fermata.

La ballerina si posizionò accanto al soldatino, che fino ad allora era seduto sulla scrivania.

“Il nostro futuro non lo scegliamo noi, certo possiamo fare delle scelte ma gli altri modelleranno sempre quello che fai. Qualcun altro decide per noi. Credi mi faccia piacere vivere tutto il tempo confinata in una scatoletta?”

La ballerina si sedette accanto al soldatino.

“E cosa vorresti fare?”

“Non lo so, da quando sono nel carillon la mia mente è abitata dal pensiero fisso di ballare. Non so cos’altro potrei fare…” rispose abbassando lo sguardo.

La musica era cessata da un po’. Il silenzio li avvolse come una soffice coperta. Egli non poté far altro che osservare la sua pura bellezza, e una lacrima che scendeva lungo la rosea guancia di lei. Poi il soldatino saltò in piedi, si avvicinò alla ballerina e l’avvicinò a sé. “Hai mai avuto un sogno?”

Le loro fronti adesso si toccavano, illuminate dal chiarore lunare.

“Sì, andare avanti e proseguire per la mia strada, senza alcun rimpianto.”

Il soldatino sorrise: “Allora fai quel che ti rende felice, senza aver paura di sbagliare”.

La musica era tornata.

La ballerina danzava di nuovo, leggiadramente, su un motivo il cui testo narrava di eroi coraggiosi che, nella loro scintillante armatura, salvavano principesse bisognose d’aiuto.

Come se fosse stata colpita da un ricordo, la ballerina si fermò ancora: il silenzio prese subito il possesso della stanza.

Perchè ha smesso di ballare?, pensò, confuso, il soldatino.

Lei bisbigliò, con labbra di un rosa lucido: Fa quel che ti rende felice.

Adesso il soldatino la guardava con disperazione: era apparsa una grande mano che la sollevava per farla cadere in un sacchetto. Prima, però, i due si erano lanciati un ultimo sguardo.

Lei era contenta.

Lui era perduto.

La cerimonia

Di Francesca Squeo e Gaia Camassa

 

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Ufficio investigativo della Polizia di Stato

COMMISSARIO: Sono stati ritrovati dei corpi in una struttura abbandonata: una ragazza e un ragazzo di circa 7 anni che frequentavano la stessa scuola. Sono morti verso le 6:00 di questa mattina. Il nostro sospettato agisce da solo. Parliamo di un uomo alto, robusto e di una cinquantina d’anni.

AGENTE: Probabilmente uno psicopatico, uscito fuori di sé per un episodio passato dato che ha vestito i ragazzi come se fossero degli sposi legandoli su una sedia, uno di fronte all’altro. La morte è stata rapida. Su di loro non sono stati riscontrati segni di violenza.

AGENTE 2: Dall’esame in autopsia pare che prima che fossero rapiti siano stati drogati…

COMMISSARIO: Esatto. Il principale indiziato, al momento, è il signor Mosetti che ha iniziato a lavorare presso l’istituto scolastico dei ragazzi, ed è una vecchia conoscenza, ha si è fatto 5 anni di carcere. Questo è tutto. Se ci saranno aggiornamenti ve li comunicheremo. Forza a lavoro!

 

Il sospettato n.1 è nella stanza per l’interrogatorio.

COMMISSARIO: Ascolti. Sappia che la nostra conversazione verrà è registrata. Prima di iniziare vuole chiamare un avvocato?

MOSETTI: Sì, ma possiamo comunque iniziare mentre lo aspettiamo. Per lei va bene commissario? Allora, di cosa vogliamo parlare oggi?

COMMISSARIO: Stia zitto. Qui le domande le facciamo noi. Lei non è nella posizione di fare lo spiritoso! Sa che lei è sospettato di pluri-omicidio?

MOSETTI: Quale sarebbe il capo d’accusa? Stiamo scherzando, vero?

COMMISSARIO: Signor Mosetti lei è il primo nella lista dei sospettati ed è tutto tranne che uno stinco di santo. Lei è stato condannato a 5 anni di carcere per frode fiscale e stalking, come la mettiamo?

 MOSETTI: Eh, ma il passato è passato…

AVVOCATO DIFENSORE: Buongiorno. Vorrei stabilire alcune cose con il mio cliente, permette Commissario?

COMMISSARIO: Sì, certo, le do solo 5 minuti.

Il Commissario si dirige all’esterno della stanza e riceve informazioni dalla squadra investigativa.

AGENTE: signore, ci è arrivata la denuncia della scomparsa di altri due ragazzi adolescenti: un maschio e una femmina. Sono scomparsi stanotte, erano usciti per andare ad una festa e non sono più rientrati a casa loro.

COMMISSARIO: Va bene, grazie. Andrò a parlare con le famiglie non appena finisco l’interrogatorio.

Il commissario rientra nella stanza.

COMMISSARIO: Allora, possiamo continuare?

AVVOCATO: Sì, certo.

COMMISSARIO: signor Mosetti dove si trovava fra le 5:30 e le 6:00 di questa mattina?

MOSETTI: Ero a casa mia, mi stavo preparando per andare a lavoro…

COMMISSARIO: C’è qualcuno che potrebbe confermarlo?

MOSETTI: Il mio gatto.

COMMISSARIO: Adesso la smetta. Lei scherza col fuoco.

AVVOCATO DIFENSORE: io credo che il mio cliente non abbia più niente da dirle. Arrivederci commissario.

COMMISSARIO: Signor Mosetti non sparisca dalla circolazione e non lasci la città. È un obbligo, chiaro?

MOSETTI: Arrivederci, le auguro una splendida giornata.

Commissario e agenti del nucleo investigativo, riuniti in sezione.

AGENTE 1: Commissario avremmo delle novità sul signor Mosetti.

COMMISSARIO: Mi dica.

AGENTE 1: La sua vicina di casa ci ha riferito che ieri sera non lo ha visto uscire ed è sicura che non sia più rientrato a casa, per tutta la notte. Dallo spioncino della porta di casa sua ha visto che è rientrato solo stamattina, verso le 7:30, trafelato e con un borsone.

COMMISSARIO: Bene così, Agente, proseguite con le indagini e chiedete ai vicini se hanno visto i ragazzi scomparsi o se hanno sentito dei rumori strani.

AGENTE 2: Io, invece, signor Commissario sono riuscito a scoprire qualcosa in più: pare che il ragazzo scomparso e quello ucciso giocassero nella stessa squadra di football e avessero ripetutamente infastidito il signor Mosetti prendendolo in giro e facendogli degli scherzi. Le ragazze, invece, erano le rispettive fidanzate dei due giocatori.

COMMISSARIO: Sì, ma perché vestirli da sposi, pronti per la cerimonia nuziale?

AGENTE 3: Forse so il perché. Prima che Mosetti diventasse un delinquente era un ragazzo perbene ed era in procinto di sposare una cheerleader, solo che la fidanzata lo tradì con un…

COMMISSARIO: …Giocatore di football.

AGENTE 3: Esatto.

COMMISSARIO: AGENTE 1 Vediamo se riusciamo a farci dare un mandato di cattura, per entrare nell’abitazione del Mosetti. Voi due intanto, recatevi nell’istituto scolastico in cui lavora, esplorate il suo armadietto e interrogate tutti quelli che lo conoscono.

 

Il Commissario e l’Agente a casa di Mosetti non trovano nessuno. Invece, gli altri due agenti, a scuola, scardinato il suo armadietto trovano una foto della casa in cui erano stati ritrovati i due cadaveri e un’altra foto con scritto, nella parte retrostante: “il ragazzo più fortunato ad avere una cheerleader come moglie”. E un indirizzo.

 

Il Commissario e la sua squadra al completo sono sul posto indicato nella foto, forzano la serratura della porta e…

COMMISSARIO: (Puntandogli la pistola addosso) Signor Mosetti la dichiaro in arresto per omicidio e tentato omicidio, ha diritt…

Il Commissario non finisce la frase che Mosetti punta la pistola alle tempie e si uccide.

I due ragazzi vengono liberati e tornano sani e salvi alle reciproche famiglie. Il Commissario è però insoddisfatto per non essere riuscito a mettere dietro le sbarre quel delinquente.

Il mistero di Abner

Di Gabriella di Girolamo

 

 

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“Svelto! Fai più veloce o si accorgeranno di noi!,” gridava Nemo, infuriato, mentre faceva la guardia nel corridoio. Marvin era in ginocchio, davanti a una porta, concentrato ad aprire la serratura. Nemo prese un’asta di metallo, con la punta leggermente arrotondata e gliela lanciò contro. Marvin sentì una fitta tremenda alla la spalla sinistra. “Fai presto! Usa l’asta per aprire quella dannata porta!”

Marvin se non fosse stato muto dalla nascita, gliene avrebbe dette quattro. Per di più era pure malnutrito… Nemo, invece, era pieno di adrenalina e siccome si rese conto che Marvin non aveva forza a sufficienza, afferrò l’asta e riuscì a scardinare la serratura. Dopo aver ripreso fiato, Marvin prima ancora che Nemo glielo chiedesse, tirò fuori una torcia e lo accompagnò nel laboratorio del signor Abner e fece luce su un oggetto insolito. Nemo strappò la torcia dalle mani di Marvin e ripuntò la luce su quell’oggetto strano, la Cosa.

Chi è Abner? Beh… fossi stato della stessa città di Nemo, lo avresti conosciuto anche tu. Abner era un fisico, uno scienziato di fama mondiale schivo e riservato diventato ricchissimo grazie alle sue invenzioni. Con quei soldi aveva fatto costruire quel laboratorio, finanziato le sue attività di ricerca e messo a disposizione dei suoi due figli tutti i suoi averi che, infatti, erano cresciuti nel lusso più sfrenato, senza che però avessero ricevuto il suo affetto. Il padre, infatti, trascorreva intere giornate rinchiuso in laboratorio e nessun altro vi poteva accedere.

L’unica persona che aveva diritto a entrarci e che addirittura ci viveva in segreto era il piccolo Nemo (ovvero nessuno, in latino) un bambino che, per volontà del padre adottivo, non doveva essere offerto agli sguardi del resto del mondo. Egli per gli altri non esisteva. Gli era impedito anche di poter superare la staccionata del giardino e frequentare gli altri esseri umani.

Nemo ammirava Abner. Qualche volta prendeva in prestito quei libri di fisica e astronomia e se li leggeva, anche per compiacere lo scienziato. Cercava di fargli capire che gli voleva bene: ad esempio, nei momenti di pausa gli portava del caffè zuccherato nella quantità che lui preferiva o, se lo trovava addormentato, lo copriva con una coperta e gli dormiva accanto.

Anche Abner gli mostrava un po’ di affetto, inventando per lui avveniristici giocattoli, ed è allora che si sentiva il bambino più felice del mondo. Nemo però nutriva dei dubbi sul fatto che quel padre gli volesse realmente bene: ad esempio, come mai quando i giornali parlavano di quelle invenzioni mirabolanti e venivano pubblicate delle foto era sempre in compagnia dei due figli (intenti ad abbracciarlo) e lui, invece, non compariva mai? Perché Abner non diceva a nessuno che Nemo era suo figlio? Da chi e da cosa lo teneva nascosto?

Nemo, raggiunti i 15 anni un giorno decise di scappare via di casa per conoscere il mondo, finalmente e, mentre girovagava, conobbe un ragazzino che se ne stava rannicchiato a terra. Sembrava molto affamato e gli offerse del pane. Il ragazzo si esprimeva solo a gesti, così capi che era muto. Nemo volle dargli anche un nome: Marvin (che significa amico).

Ma adesso torniamo alla scena iniziale… E cioè al momento in cui Nemo e il suo amico Marvin si sono introdotti di soppiatto nel laboratorio in cui c’è la Cosa, ovvero un macchinario che ha la forma di un grande armadio (l’ultima e portentosa invenzione di Abner, ovvero una macchina del tempo!) al cui interno c’era un quadrante, simile ad un orologio, con delle lancette (al posto delle ore c’erano le epoche), sebbene Abner gli avesse impedito di utilizzarla sapeva farla funzionare perfettamente avendolo spiato quando si metteva all’opera per trasbordarsi da un’epoca all’altra. Abner gli aveva fatto presente che viaggiare nel tempo può essere estremamente pericoloso: perfino una conversazione con una persona del passato avrebbe potuto cambiare il destino dell’umanità, in modo irreversibile.

Nemo spalancò il portello della Cosa, entrò all’interno e impostò la lancetta sull’anno 1990 e un vortice lo risucchiò nel passato, più esattamente, al giorno del suo undicesimo compleanno. Il luogo era sempre lo stesso, si trovava nel laboratorio di Abner. Con suo gran stupore, scorse in lontananza sé stesso bambino che giocava (era mascherato da cacciatore, indossava un cappuccio e un mantello e imbracciava un fucile finto).

“Non basta,” rifletté, “se voglio scoprire qualcosa in più sulle mie origini devo andare ancora più indietro nel tempo.” (Egli, infatti, non sapeva esattamente quanti anni avesse, andava per deduzione).

Nemo tornò alla macchina e impostò le lancette nel 1980.

Si aprì improvvisamente un vortice di luce, alle spalle di Nemo. Il ragazzo si girò e vide, da lontano, un Abner ancora più giovane fuoriuscire da uno di quei vortici temporali che si formano quando si fa un viaggio nel tempo. Nemo rimase pietrificato però, quando vide un neonato tra le braccia di Abner; allora si sentì confuso e frustrato ma allo stesso tempo curioso.

“Sospettavo che saresti arrivato qui.”

Una voce, alle sue spalle. Nemo si girò di scatto. Era lui, Abner più vecchio, come lui lo conosceva. Allora si rigirò verso l’altro Abner, visto in lontananza, con in braccio il neonato. Due Abner. E, se vogliamo, anche due Nemi, di differenti età. Roba da matti.

“Cosa c’è di strano? Ho qualcosa che non va?,” domandò Abner, sorpreso. “Non dirmi che ti sembra inconcepibile vedere due persone uguali nello stesso momento…,” e così dicendo si fece una gran risata. “Ebbene sì, quei due siamo proprio io e te.”

Nemo era frastornato.

“Allora… sei pronto per un altro viaggio?,” disse Abner.

“Che… tipo di viaggio?”

“Un viaggio che ti farà capire chi sei veramente e che chiarirà ogni tuo dubbio.”

Nemo annuì.

“Bene, torniamo alla Macchina del Tempo, vieni con me”.

Abner impostò le lancette nel 1948. Finito il vortice temporale i due si trovavano in un campo di grano che sembrava estendersi all’infinito. C’era una casa: i due si avvicinarono e si nascosero dietro un albero nelle vicinanze. Dal cortile si vedevano due bambini: uno giocava mentre l’altro, seduto in disparte, leggeva un manuale di Fisica Quantistica.

“Perché mi hai portato qui?,” chiese Nemo.

“Prova a indovinare,” disse lo scienziato.

Nemo, intuì che il bambino seduto in disparte doveva essere proprio Abner. Suo fratellino voleva giocare con lui ma Abner-ragazzino lo aveva respinto, infastidito, per tornare a immergersi nei suoi studi.

“Adesso sta accadere qualcosa di brutto,” disse Abner.

Dal campo di grano partì un incendio devastante. Il fratellino rimase bloccato tra le fiamme, compreso Abner, il fratello maggiore, fuggiva via per salvarsi e mettersi al riparo.

“Ma quel bambino morirà se non lo salviamo!,” disse Nemo.

Nemo si sporse in avanti, voleva correre, con l’intenzione di salvare il piccolo, che intanto era svenuto ma Abner lo tenne fermo per un braccio.

 “Aspetta. Tu non fare niente e guarda con attenzione,” disse Abner, puntando il dito su un cespuglio nei pressi della casa. Dopo qualche istante, proprio da lì, Nemo vide un uomo che compariva dal nulla si gettava nelle fiamme e riappariva col bimbo in braccio, sano e salvo.

 “E così… quell’uomo sei tu Abner,” sussurrò Nemo.

“Esatto.”

“Ma allora… tu eri già tornato indietro nel tempo per salvare tuo fratello.”

“Proprio così. Quando viaggi nel tempo” spiegò Abner “lasci sempre una traccia che si ripete all’infinito, tutte le volte che qualcuno ritorna nel passato. Se dovessimo venire qui ancora un’altra volta, vedremmo noi, io e te in questo punto, in questo preciso istante, mentre parliamo di questi fatti, ma vedremmo anche il me viaggiatore che salva quel bambino.”

“Lo avevo intuito, Abner,” disse Nemo, “ma perché mi hai portato qui?”

“Ecco vedi… quando mio fratello morì nell’incendio, per i miei genitori fu un lutto dal quale non si ripresero più. Per loro ero diventato la pecora nera e pure nel villaggio mi disprezzavano tutti quanti. Quando compii 15 anni i miei, per sbarazzarsi di me, mi mandarono a studiare lontano da casa dandomi però la possibilità di frequentare un importante istituto di Astrofisica e Fisica Spaziale in modo tale che potessi approfondire le mie conoscenze su quelle materie che adoravo. Infine mi specializzai pur continuando a provare quei sensi di colpa. Non mi capacitavo. Avrei potuto fare di più per salvare mio fratello, invece mi ero comportato da vigliacco e irresponsabile. In quell’istituto avevo però conosciuto un professore che mi aveva voluto coinvolgere nei suoi esperimenti: stava costruendo una Macchina del Tempo e, mi disse, aveva bisogno di una persona altrettanto preparata e di fiducia che gli desse una mano nel progettarla. Accettai e collaborammo assieme ed è così che mettemmo a punto quel macchinario. Quando mi resi conto che funzionava, la prima cosa che feci fu di tornare indietro nel tempo e di porre rimedio a i miei errori. Tornai, dunque, al giorno in cui moriva mio fratello. L’uomo che hai visto correre, poco fa, in soccorso di quel bambino, ero io. Quel bambino che è stato salvato e che adesso è con me, invece, sei tu, Nemo.”

The pendant

Di Elena Roncone

 

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“Mi lasci dire che sono onoratissimo della sua presenza, qui su questa nave, signor White. La trovo in perfetta forma rispetto al nostro ultimo incontro.” dice un alto uomo dai lineamenti energici incorniciati da fuligginosi e riccioluti capelli che gli ricadono disordinatamente sulle robuste spalle.

“È un grande onore anche per me poterla finalmente incontrare,” risponde White, leggermente più basso e dal volto lungo e spigoloso, un’espressione ferma e il viso pulito, senza barba né baffi, un cappello calcato sui capelli rossi come i mattoni bagnati dalla pioggia.

“Mi permetta di chiarirmi un dubbio… non vorrei risultare scortese o invadente… ma la gioia che domina sul suo volto non sarà per caso dovuta alla disgraziata perdita della signorina Douglas?” chiede sottovoce l’uomo riccioluto.

“Mi coglie un po’ alla sprovvista, non nego che in passato tra me e la signorina Douglas ci siano stati liti piuttosto accese e che il nostro rapporto non fosse dei più sereni ma anch’io, come lei, sono rimasto profondamente turbato dalla raccapricciante notizia appresa sui quotidiani,” risponde White, visibilmente infastidito.

Quindi lei non si rallegra per la dipartita della signorina Douglas e per la sua improvvisa, quanto agognata ascesa al potere?” insiste il signore riccioluto con un sorriso malefico.

“Ascolti, è indubbio che un tale avvenimento mi abbia agevolato la carriera ma, ribadisco, neppure gioisco per la sua improvvisa sparizione, per usare un eufemismo,” dice White irrigidendosi.

“Credevo che fossimo due buoni vecchi amici… con me può aprirsi, può evitare di mentire come fa in pubblico,” continua l’altro, soffocando una risata.

“Con chi crede di avere a che fare? Sono una persona rispettabile e di classe, come osa considerarmi un approfittatore?” controbatte White alzando il tono della voce e arrossendo in viso. Adesso stringe i pugni e inarca le sopracciglia

“Le porgo le mie scuse, Signor White, ma adesso si calmi, non c’è motivo di dare spettacolo, vado a prenderle un bicchiere d’acqua,” risponde il riccioluto che, sorridendo si avvicina alla credenza, dietro cui sono nascosto: spero non mi veda. Approfittando di un loro momento di distrazione riesco ad infilarmi in una porta accanto alla credenza.

La stanza è buia. Riesco a muovermi solo grazie allo spiraglio di luce della porta in fondo. C’è un lezzo nauseante e avanzando alla cieca, distinguo una figura che si muove. Sento il cigolio di una maniglia e d’istinto mi nascondo sotto quello che credo sia una scrivania. La luce si accende e un uomo avanza, i passi sono pesanti e riecheggiano nella stanza, si avvicina ad un bancone. Sento un tintinnio di bicchieri e un liquido fluire: si starà certamente versando da bere. Esce, chiude la porta, senza accorgersi che un oggetto gli scivolato dalla tasca. Qualcosa luccica nel buio: un ciondolo metallico al cui centro è posto un pulsantino illuminato che ha la forma di un fulmine.

Torno indietro, sbircio dalla porta e noto che il Signor White e il signore riccioluto sono andati via. Esco anch’io e mi dirigo verso il ponte della nave.

“Aiutooooooo!” L’urlo mi fa trasalire. “È morto, scappiamo! C’è un assassino sulla nave!” C’è gente che corre disperata per i corridoi, qualcuno è svenuto, altri gli prestano soccorso. Mi faccio strada a spintoni tra i curiosi: al centro del salone c’è un uomo, voluminosi capelli rossi gli ricadono sul pallido volto, gli occhi spalancati, la bocca semiaperta, vicino la testa un cappello nero. Ha in mano e un bicchierino contenente del liquido giallastro… è il signor White! Vengo afferrato da un uomo robusto che mi afferra per il braccio e trascinandomi dall’altro lato della stanza, mi fa: “Questo non è un posto per un ragazzino come te. Qui c’è stato un omicidio.”

“Come fate a sapere che si tratti di un omicidio e non di un suicidio?”

“Il medico ha detto che è stato avvelenato… ma non devo certo dare spiegazioni a te! dai tuoi genitori!”

Già, dove sono i miei? Che ci facevo dietro una credenza? Come sono salito a bordo di questa nave e quando? Ho la testa che mi scoppia, non ricordo più niente.

“Ti senti bene?”, sento la voce che mi arriva come un eco, figure indistinte, la testa si fa pesante e le gambe cedono, percepisco il pavimento freddo a contatto col corpo e poi più niente.

***

Sento del solletico sulla punta del naso. Apro gli occhi: un piccolo gatto bianco a striature grigie si è accoccolato sul mio petto e mi lecca la faccia! Sono in una stanzetta provvista di oblò da cui si vede il mare nell’oscurità e il frangersi delle onde contro lo scafo della nave.

Sento dei passi e delle voci. Apro la porta e dal corridoio qualcuno discute animatamente. Da qui si sente tutto. Si tratta dell’uomo riccioluto in compagnia di una ragazza, bionda, slanciata, con un paio di occhiali da sole.

“Oh Harry! Adesso che è morto White come faremo? Lui era l’unico che sapeva chi era in possesso del ciondolo,” si lamenta la tipa.

“Ti giuro che riuscirò a trovarlo!”

Estraggo il ciondolo dalla tasca del pigiama… L’oggetto delle loro ricerche. Che importanza potrà avere?

“Sei sicuro che quel ciondolo ci possa far tornare indietro nel tempo in modo da impedire ai discendenti della Selva Oscura di posizionare la bomba sulla nave?” chiede la donna.

Sono confuso…su questa nave c’è una bomba? Si può viaggiare nel tempo? Credevo che fosse possibile solo nelle favole!

Faccio un sospiro di disperazione, infatti mi sentono… provo a filarmela ma qualcuno mi afferra dalla spalla.

“Che ci fai qui moccioso! Non si girovaga per i corridoi a quest’ora della notte!” mi urla Harry.

“Lascialo stare è solo un ragazzino” dice la giovane donna, obbligandolo a togliermi le mani di dosso

“Ti sei perso? Dove sono i tuoi genitori?” chiede la donna con fare materno.

Mi fido di lei e decido di raccontarle della mia misteriosa comparsa dietro la credenza, della fuga nella stanza. Del ciondolo, invece, non dico nulla. Harry si irrigidisce e sembra molto turbato, ma quando racconto della sua discussione avuta con White.

“Cosa vi siete detti?” gli chiede la donna.

“Niente di importante… non vorrai mica credere a questo ragazzino?”

“Giuro, è quanto ho visto e sentito, parlavate della morte di una certa signorina Douglas.”

“Brutto insolente! Non dovresti ficcanasare nelle faccende che non ti riguardano!”

“È meglio se ce ne andiamo e lo lasciamo solo, hai toccato un argomento delicato, mi sa,” mi sussurra la donna.

 “Lei… Era mia madre… aveva grandi possedimenti e castelli e il signor White era suo fratello, quindi mio zio. Mia madre custodiva il segreto del ciondolo che si tramanda di generazione in generazione… non se ne separava mai. White la tradì accettando una grossa somma di danaro offerta dai discendenti della Selva Oscura e rivelando loro che era in possesso della sorella, facendosi promettere che non le avrebbero fatto del male. Cosa che non avvenne: quando il ciondolo venne recuperato la uccisero… White, invece, riuscì a sfuggire loro.

“E non è finita: un’altra organizzazione (Aquila Bianca) rubò, a sua volta, il ciondolo ai discendenti della Selva Oscura. Questi ultimi vennero a sapere che il leader dei discendenti della Selva Oscura avrebbe fatto una crociera su questa nave ed erano pronti a tutto pur di riappropriarsene e infatti è stato ucciso. Quanto al ciondolo, non si sa che fine abbia fatto.

Mi sembrano sinceri… e vorrei aiutarli, inoltre non vorrei morire a bordo di una nave, lontano dalle persone che amo, ma quando sto per tirar fuori dalla tasca il ciondolo si sente un boato. La nave inizia ad inclinarsi velocemente. Si diffonde il panico. La gente si sveglia e i corridoi si riempiono di centinaia di persone che urlano isteriche Corro anch’io. Raggiungo la prua: la nave ha cozzato contro un iceberg La mandria di gente mi spintona, cado e mi calpesta. Ho ancora tra le mani il ciondolo, esprimo il desiderio di tornare a casa dai miei.

Premo il pulsante.

***

“Come sta?” Chi mi parla? vorrei aprire gli occhi ma non riesco, non riesco a muovermi.

“È ancora in coma. Ci vorranno settimane per riprendersi, l’aver fatto fare un viaggio nel tempo: smaterializzarsi nello spazio comportava uno stress mentale e fisico notevole.

“Già. Si può verificare perdita di memoria, dell’orientamento, dei sensi e il corpo potrebbe non reagire più agli stimoli,” dice un altro.

“Ma è riuscito a compiere a viaggiare nel tempo fino al 14 aprile del 1912?… Ed era su quella nave?”

“Credo di sì. Ha recuperato il ciondolo evitando che andasse perduto negli abissi dell’oceano Atlantico, quando l’ho trovato qui sul letto lo teneva stretto fra le mani.”

“Una cosa non capisco… perché quel ciondolo è così importante? Tu avevi già creato una macchina del tempo, che bisogno c’era di recuperare quell’oggetto?”

“È vero, ho creato un’altra macchina proprio perché lui potesse andare a recuperarlo, perché, vedi, questo ciondolo è molto più potente rispetto alle mie invenzioni, chi lo utilizza non subisce danni collaterali! Non c’è il rischio di subire mutazioni genetiche o di provocare un decesso per malfunzionamento. Il ragazzo è forte e si riprenderà e ora che ne sono entrato in possesso esaminandolo attentamente riuscirò a crearne una copia esatta, in modo che il suo potere possa essere alla portata di tutti, fino alla fine dei tempi.”