Storia Vera

Di Aldo Nove

Venti minuti fa è passato da casa mia un bel ragazzo, sui trenta, in divisa dozzinale da impiegato del terziario, proponendomi un pippone su un complesso e di cui nulla mi interessava cambio di gestore dell’elettricità, con un risparmio di ben 17 centesimi a scatto o qualcosa del genere. Sticazzi. Lo ascoltavo poco. Sentivo la sua voce falsamente entusiasta e vedevo i suoi occhi tristi… Mi sono fatto coraggio e gli ho chiesto:
-“Perdonami, ma sinceramente, quanto ti danno per questo lavoro?”.
– “Poco. 200 euro al mese di fisso più 10 euro per contratto che riesco a far firmare”.
– “Che studi hai fatto?
– “Liceo artistico. Poi tre anni di Lettere e ho mollato. Ho mandato 1.000 curriculum, ma ho trovato solo questo. Sempre meglio che rubare”…
– “NO, gli ho detto. Rubi comunque, per conto terzi e per una miseria. Credo che sia più dignitoso rubare”.
Mi veniva da piangere.
Gli ho detto: “Facciamo così. Io non firmo un bel niente, nessun risparmio di 17 centesimi etc., ma adesso, e tu non ti offendi e accetti, ti prego, io ti do e tu ti prendi 20 euro in contanti, per te, e tutta la solidarietà del mondo”.
E siamo stati zitti.
E ha preso i soldi.
E ci siamo stretti la mano, ma ci veniva da abbracciarci forte.

Narrazione Orale

Missione: individuate una persona (parente, amico, ecc.) che abbia una storia da raccontarvi (non tutta la sua vita ma soltanto un episodio curioso, interessante!) ai fini della trasposizione scritta di un racconto orale.

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Materiali occorrenti per l’esercitazione:

1) Apparecchio utilizzato per la registrazione (smartphone et similia);
2) Auricolari (cuffie/cuffiette);
3) Siccome le postazioni in Laboratorio di Informatica saranno insufficienti, chi può venisse munito di tablet o portatile per rendersi autonomo dagli altri.

Consigli per effettuare l’indagine sul campo:

a) Registrate il vostro/a l’amico/a parente (a casa, in un pub, o qualunque altro posto in cui svolgerete l’intervista) con apparecchio di registrazione senza non prima averlo informato del fatto che intendete trarne un racconto. Se vi dà il suo consenso potrete quindi procedere, diversamente dovrete cambiare soggetto;
b) Nel corso della narrazione orale, cercate di farvi raccontare la storia in modo ordinato e sequenziale; se così non fosse (vi saranno certamente delle sbavature, incertezze, proprie della narrazione orale) dovrete in ogni caso provvedere voi, durante la stesura del racconto, facendo un efficace intervento di Editing/Revisione/Correzione del testo/Aggiunta delle parti mancanti in modo che la storia sia di senso compiuto;
c) Ponete domande al soggetto affinché vi fornisca tutti i dati occorrenti a completare la storia. Nel caso, fate domande più specifiche per approfondire qualche passaggio oscuro. Ad esempio: “Che cosa intendi quando dici…”, “come hai raggiunto questo obiettivo?”, “perché lo ritieni importante?”, “puoi dirmi qualcosa di più in merito a…?”;
d) È fondamentale avere il controllo dell’intervista e muovere la conversazione secondo le vostre priorità, a meno non vogliate che l’intervistato si perda in troppe digressioni.

In classe:

a) Venite muniti di apparecchio di registrazione e cuffie/auricolari;
b) Sbobinare l’intervista in modo “intelligente e partecipato”: mentre la state riascoltando, dovrete già iniziare a pensare a come ripulirla, eliminando digressioni/ripetizioni superflue, i vostri interventi/domande, risolvendo i periodi meno chiari ed efficaci e risistemare, se necessario, la cronologia degli eventi spostando opportunamente dei periodi (blocchi di testo), correggere alcune espressioni in gergo spinto (laddove incomprensibili), pur salvaguardando le peculiarità della lingua orale;
c) Se ci sono dei passaggi troppo lunghi e complessi dovrete riassumerli voi;
d) Laddove mancassero dei dati o vi fossero dei buchi nella trama, dovrete riempirli voi, inventando;

A casa:

a) Effettuata la sbobinatura sottoponetela ad una Seconda Revisione, rileggendo più volte il testo, prima di consegnare tramite mail o di postarla su Google Classroom.

Editoria, librai, autori. Loro sì che oggi sono tutti giù per terra

Mentre ritorna il suo romanzo più famoso lo scrittore fa i conti col precariato culturale

Scrittore torinese, classe 1965, ma anche traduttore e consulente per il Salone del Libro di Torino. Ha pubblicato romanzi – l’ultimo in ordine di tempo Essere Nanni Moretti (Mondadori, 2017) e saggi l’ultimo è Mi sono perso in un luogo comune (Einaudi, 2016). Ma mentiremmo se non dicessimo che ancora e sempre si associa Giuseppe Culicchia al suo esordio, Tutti giù per terra, che uscì nel 1994 per Garzanti, quando aveva 28 anni e faceva il libraio a Torino, proprio dove adesso c’è un Apple Store.

Le coordinate della nascita del romanzo, poi un film con Valerio Mastandrea, sfiorano i confini del mito: scritto su una Remington portatile, con l’endorsement di Pier Vittorio Tondelli, diede vita a Walter – «il primo precario della letteratura italiana» – in 130 pagine di cui è anche difficile calcolare le copie vendute, perché il titolo è passato da molti editori ed è diventato un longseller, un classico letto pure nelle scuole. Tra poco la storia di Walter torna in libreria per Einaudi, con una nuova introduzione dell’autore. E il «walterismo» è rimasto appiccicato addosso a Culicchia per così tanti anni che non perde occasione per indicare gli esemplari più vulnerabili di «razza precaria». Primi fra tutti, gli scrittori.

Fare lo scrittore rimane un secondo lavoro?

«Lo scrittore dovrebbe prima di tutto fare un bel matrimonio. Con un partner benestante».

Scherzi a parte?

«Oggi fare lo scrittore in Italia è più complicato. Lo dicono gli spietati numeri Istat. Un lento ma costante crollo dei lettori, che anche quando sono forti leggono poco. Le tirature, inferiori a quelle americane o inglesi. La lingua, che non è agevolata come in Francia».

In che senso agevolata?

«Fiscalmente. Per il solo fatto di scrivere in francese, siccome promuovono così la lingua del proprio Paese, gli scrittori francesi hanno agevolazioni fiscali».

Andrebbe fatto, in Italia?

«Non solo per chi scrive, anche per chi legge».

E gli editori?

«Tagliano. Cercano di abbattere i costi in vari modi: esternalizzano l’artigianato di settore, sicché il file dello scrittore arriva tra le mani del lettore dopo essere passato tra quelle di partite Iva e contratti a termine. Queste persone devono darsi parecchio da fare per mettere insieme uno stipendio, vanno di corsa e la cura del testo ne risente. Siamo arrivati ad avere testi stranieri tradotti e pubblicati quasi senza revisione, mentre prima si facevano tre giri di bozze. Poi, accorciano la vita del libro».

Sarebbe?

«Gli uffici stampa seguono un titolo per un mesetto. Se funziona, decolla e arriva in classifica, se piovono inviti in tv o nei festival, bene. Se no…».

Zac.

E l’autore è lasciato a se stesso con il suo libro».

Anche i big?

«Dipende dal contratto, dal rapporto con l’editore. I ritmi ormai sono fordisti, ma se si tiene a un autore, anche se i risultati non sono brillanti lo si sostiene comunque. Non a caso questo è un mondo in cui le gelosie non si contano».

E i librai?

«Quando ricevono gli scatoloni con le novità, il primo pensiero è: Dove li metto questi?. Vanno al posto dei libri che, usciti solo da due o tre settimane, non sono decollati e non rendono. Nelle scuole per librai insegnano che l’indice di rotazione elevato fa sparire il titolo e si deve lavorare per redditività al metro quadro: se quel metro quadro non rende bisogna cambiare coltivazione. E il libro diventa un mensile».

In un mondo in cui i testi su internet se la giocano in un secondo e due decimi, un mese non basta?

«Quando lavoravo in libreria, mi sentii dire che i libri erano un prodotto come un altro. Secondo questa teoria, i lettori entrano in libreria, si orientano per settori, prendono quel che vogliono, vanno alla cassa, pagano ed escono. Ma il libro non è un detersivo o una banana. Se entro in dieci librerie di catena, mi trovo di fronte sempre gli stessi libri in tutta Italia. Perché c’è una cosa che il lettore medio non sa».

Ce la dica.

«Le librerie di catena affittano gli spazi, le vetrine, i posti in cui espongono libri privilegiati. Se ci sono cento copie in pila, il motivo è che l’editore ha pagato perché venissero messe lì, al bancone e alla cassa, non perché il librario ci credeva tanto. Così il libraio diventa un magazziniere».

Invece come dovrebbe andare?

«A volte un libro per trovare i suoi lettori avrebbe bisogno di più tempo. Prendiamo il caso Kent Haruf: è un caso felice, in cui un piccolo editore indipendente, NN, ha pubblicato uno sconosciuto e, senza grandi campagne pubblicitarie, l’autore ha trovato i suoi lettori. Ma l’anno scorso, sempre per NN, è uscito La mia vita è un paese straniero di Brian Turner. Un libro straordinario, uno dei più belli degli ultimi vent’anni, anche superiore a Kent Haruf. Turner avrebbe meritato la stessa fortuna».

Uno su 60mila ce la fa.

«Infatti uno potrebbe dire: escono 60mila titoli l’anno, c’è ampia scelta. Ma non è vero. Entro in dieci librerie e mi sembra sempre la stessa libreria, guardo la classifica e ci sono sempre gli stessi nomi, lo stesso zoccolo duro che pubblica una volta all’anno. Nel caso di Camilleri, anche tre».

Precario anche il libraio?

«Sempre a rischio chiusura. Entro un attimo nel tecnico: le rese dovrebbero permettere di far fronte al continuo flusso di novità e rientrare dei soldi non incassati. Solo che un tempo le rese venivano accreditate nell’arco dei trenta giorni lavorativi: oggi si arriva a 60, 90 giorni, sei mesi. E il libraio chiude. O si ritrova lui a finanziare gli editori».

La ricetta per aumentare i lettori?

«Presupposto: in Italia si legge poco e mica da oggi. La Bibbia nel Cinquecento non è diventata come in Germania il primo libro di casa, perché non è stata tradotta dal latino. Prendiamo atto che il Paese è messo così, che il 70% degli italiani non riesce a capire un articolo di giornale».

Che ci rimane da fare?

«Crescere nuove generazioni di lettori. Difficile che un 40enne d’un tratto si metta a dire: Adesso mi leggo un libro al mese. Ma se io padre di famiglia mi compro la libreria all’Ikea e al centro metto la tv e di fianco i dvd, ecco, ho margini di miglioramento notevoli. Ci devono essere libri in casa, bisogna leggere storie ai bambini fin da quando sono nella pancia della mamma».

I Saloni del libro possono aiutare o sono precari anche loro?

«Devono rivolgersi ai giovanissimi. E presentare tutti gli editori che in libreria si fa fatica a trovare. Cosa che il Salone di Torino ha sempre fatto».

Da fuori però sembra che al Salone manchino le idee. Ogni anno si ripetono le stesse formule.

«Non posso dire a che cosa stiamo lavorando per il 2018, perché siamo solo a gennaio, ma le idee ci sono e ci sono sempre state. Si sono fatte trenta edizioni, abbiamo costruito una fedeltà. E non in cinque giorni, ma nell’arco dell’anno. E comunque non si tratta di Salone sì o Salone no, ma di investire su scuola, ricerca, cultura in maniera diversa. Non si può pensare di risolvere i problemi con i Saloni o con Mantova, se si hanno fondi alla cultura infinitesimali».

Parliamo del suo precario, Walter, che torna in libreria dopo un quarto di secolo. Bilanci?

«È fonte di piacevole stupore che un libro scritto nel 1991 e uscito nel 1994 continui a essere ristampato. Il piccolo precario Walter è diventato un archetipo. All’epoca la sua preoccupazione era di non fare tutta la vita lo stesso lavoro come suo padre. E nel romanzo passa da un lavoretto in nero all’altro. Preoccupazione fuori luogo: nessuno oggi può pensare di fare lo stesso lavoro per tutta la vita».

Romanzo straprofetico. L’aveva previsto?

«Mentre lo scrivevo, a Torino l’industria dell’auto non era già più quella di una volta: la marcia dei 40mila, i licenziamenti, il mondo che cambiava. Oggi però è peggio. Come dice Woody Allen, ogni cento anni un grande sciacquone fa piazza pulita e cambia il mondo. Quando i millennial che oggi vanno in bicicletta a consegnare pizze per Foodora saranno in età da pensione, come faranno ad aiutare figli e nipoti?».

E se uno di questi volesse addirittura fare lo scrittore?

«Avrebbe più possibilità di quante ne ho avute io: oggi il mercato è più aperto. Einaudi ha fatto Stile Libero, allora era impensabile. Minimum fax ha uno spazio per gli italiani, allora faceva solo traduzioni».

Gli toccherebbe anche saper fare un po’ lo showman, però.

«La promozione va messa in conto, bisogna essere in linea con il proprio tempo. Oggi tutto è spettacolarizzato. Anche i nostri profili social sono uno spettacolo, una maschera: mica siamo davvero così. Mi sembrerebbe strano se gli scrittori fossero esenti».

Ma c’è qualcosa a cui lei direbbe no, anche se fa vendere più copie?

«Non andrei a un reality. Ma chi se la sente, fa bene a farlo. Non ce lo vedo Flaubert al Grande Fratello Vip, ma Swift sicuro ci sarebbe andato e ci avrebbe scritto su qualcosa».

 

Fonte, qui

 

 

Intervista a Rosella Postorino

intervista rosella postorino

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Io farei una distinzione tra inclinazione, desiderio e volontà.
Avendo come tutti imparato a disegnare prima che a scrivere, mi sono legata subito al mezzo espressivo del disegno, quindi anche anni dopo aver imparato a scrivere continuavo a rispondere che da grande avrei fatto la pittrice. Ciononostante a 6 anni scrivevo poesie che leggevo a mia madre (era molto sincera: di solito non le piacevano), a 7 usavo un quaderno trovato nei biscotti Granturchese per realizzare il mio magazine, dove apparivano mie ideali interviste a personaggi famosi, come Miguel Bosé, ma anche mie favole, mie filastrocche e naturalmente miei disegni a fumetti, a 8 scrivevo pièce teatrali che facevo recitare ai miei cugini davanti ai nostri genitori (davvero trame senza capo né coda) e in generale giocavo molto da sola inventando storie con diversi personaggi interpretati tutti da me, passavo i pomeriggi a muovermi nel cortile parlando a voce alta, lo facevo ogni sera nella vasca: costruivo dialoghi, insomma. Questo però non so se significhi avvicinarsi alla scrittura. Per me significa inclinazione, ma è una cosa che molti bambini hanno e non tutti poi da grandi scrivono. Mancava il desiderio.
Il desiderio è arrivato nella primissima adolescenza. Prima è arrivato in forma latente: avevo quaderni pieni di poesie, di prime pagine di romanzi, addirittura il progetto di un saggio teologico (volevo scriverlo a 12 anni, ero molto credente allora), ma non facevo caso a questa abbondanza di scrittura nella mia vita.
Poi è arrivato con la violenza con cui arriva il desiderio quando si manifesta. Dev’essere stato grazie all’incontro con alcuni libri. Il diario di Anna Frank, che avevo letto a 10 anni, “Un uomo” di Oriana Fallaci, a 13, Marguerite Duras a 16.
Per anni avrei taciuto di voler fare la scrittrice, perché un conto è desiderare una cosa, un conto è pensare di esserne degni. Poi ero pigra, avevo paura, o forse semplicemente “incubavo”. È stato a 23 anni che l’ho deciso. Ho deciso che ci avrei provato, che non potevo farne a meno. È lì che il desiderio è diventato volontà, e quindi impegno, disciplina, fatica, frustrazione, anche. Per me 23 anni è stata la soglia – improvvisa – dell’età adulta. Quando si cresce fino a spaccarsi. È stato esattamente lì che l’ho saputo: avrei scritto.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

C’è una parte di razionalità che lavora mentre non si scrive fisicamente, ma si sta dentro una storia. Intendo dire che quando si sta scrivendo un romanzo o si ha intenzione di scriverlo, si sta dentro quell’atmosfera come se fosse un luogo, ovunque ci si trovi. Ecco, lì, mentre i pensieri passano e si cerca di organizzarli, mentre si prendono appunti (io non so fare schemi, scalette, mi annoiano, prendo appunti sconclusionati su un quaderno o su scontrini e cartacce che perdo, oppure li prendo in mente, ma rischio spessissimo di dimenticare), si cerca probabilmente di dare forma al materiale che gira per la testa. Questo forse ha in qualche modo a che fare sia con l’istinto sia con la razionalità.

Quando si scrive, nel senso che ci si siede davanti al computer, per me prevale la parte dell’istinto. È il momento cruciale, è il momento in cui scrivo davvero, in cui si producono associazioni impreviste che arrivano proprio e soltanto da quel gesto fisico di scrivere, dove immagini ne tirano delle altre e le pagine – le storie, i personaggi – si costruiscono proprio perché è il linguaggio che le genera. È solo quando mi confronto con il linguaggio, quando lo uso per creare file di parole che si chiamano frasi, è lì che la storia prende forma come in un circolo virtuoso, imprevedibile. Se non fosse in certa misura imprevedibile, io mi annoierei.

Esiste poi la lunghissima ossessiva fase della revisione, e anche questa ha a che fare con la razionalità. Può durare mesi, moltissimi mesi, per me. Lì si smonta, si rimonta, si tolgono pagine, si sente il suono del libro, spesso una direzione, unmovimento di cui non si era consapevoli prima, e lo si asseconda aggiungendo scene, sviluppando certi personaggi piuttosto che altri… Questo genera nuovi rimandi e sensi, che a loro volta modificano il percorso dell’ennesima revisione… Insomma, la scrittura si autofeconda, letteralmente. Ed è per questo che ha qualcosa di magico.

In fondo, credo che non essendoci soluzione tra istinto e razionalità nella mia vita, non ce ne sia nemmeno nella scrittura.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Io passo molti mesi senza scrivere. Non considero la scrittura come il mio lavoro, ma come il mio spazio di libertà. Perciò scrivo solo nel weekend, se non ho da lavorare, e solo quando sono già dentro un romanzo. Il metodo è che posso non scrivere per mesi. Poi, quando inizio un romanzo, se il lavoro me lo consente, ogni sabato mi metto lì fin dalla mattina, cascasse il mondo, e ci resto finché ne ho forza.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Per scrivere ho bisogno di una finestra. E di una stanza con la porta chiusa.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Più vado avanti e più li leggo. Non ho nessuna forma di iconoclastia verso di loro, anzi. Non è l’aspetto dell'”altare dell’arte” che mi interessa, nella letteratura. Se ci sono autori che hanno detto cose che mi sembrano importanti e in un modo che mi sembra ammirevole, sono soprattutto felice che siano esistiti. Il rapporto non è con il “nome”, è con le storie, con la scrittura. Ci sono libri considerati grandi che non sono riuscita ad amare: non ci sputo sopra né li osanno per prassi. Aspetto. Forse un giorno li amerò. Nel tempo i miei gusti sono cambiati.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Credo che si formino relazioni sulla base di diversi fattori: la condivisioni di idee sulla letteratura e sul mondo, l’età anagrafica, la provenienza geografica (pensiamo al nutrito gruppo di scrittori napoletani, oggi), l’editore per cui si pubblica… Non mi sembra che ci sia attualmente in Italia una città precisa in cui convergono, si trovano, collaborano gli scrittori.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere non può che migliorare la vita di chiunque. Pubblicare, invece, non per forza: scrivere per pubblicare è un’arma a doppio taglio. Pubblicare significa far conoscere quello che si scrive a più persone possibili, confermare la presunzione di averne diritto, significa essere pagati per quel che si scrive: questo non dovrebbe che migliorare le condizioni di vita. Eppure non è così. La sorpresa è che non rende più felici.

Forse perché il libro diventa nostro malgrado una merce, è soggetto a regole di mercato che ignorano l’investimento emotivo temporale e intellettivo che ci è costato, visto che non è quello il punto. Forse perché il libro si stacca da te e diventa altro, un prodotto separato, gettato nel mondo, ed è il mondo così com’è che ne determinerà la sorte, nel bene come nel male. Io però credo che sia soltanto perché nulla è paragonabile alla felicità che si prova quando, seduto alla tua scrivania, hai appena finito di scrivere una scena, quando una cosa che non esisteva prima adesso esiste, è sulla pagina, è stata creata. È quello l’unico vero stato di grazia.

La ringrazio e buona scrittura.

Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta a San Lorenzo al mare (IM), ma vive e lavora a Roma. Il suo primo romanzo, “La stanza di sopra” (Neri Pozza Bloom 2007), ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera Prima e il Premio Città di Santa Marinella. Nel 2009 ha pubblicato per Einaudi Stile libero il romanzo “L’estate che perdemmo Dio” (Premio Benedetto Croce), e ha scritto una pièce teatrale dal titolo “Tu (non) sei il tuo lavoro” su commissione del Napoli Teatro Festival, edita da Bompiani nel volume collettivo “Working for Paradise”.
Collabora con le pagine romane del quotidiano «la Repubblica» e con «Rolling Stone».

 

 

Fonte:

http://www.sulromanzo.it/2009/09/intervista-rosella-postorino.html

Saremo schiavi degli algoritmi?

Di Allori Valentina, Fusaro Sofia, Monachino Gianluca, De Luisi Anita, Laforgia
Fabiana, Cassano Fabio.

L’algoritmo
L’algoritmo è l’insieme di istruzioni che indicano come svolgere operazioni complesse su dei dati attraverso successioni di operazioni elementari. Il termine deriva dal nome del matematico persiano Muhammad ibn Musa l- Khwarizmi, che si ritiene essere uno dei primi autori ad aver fatto riferimento esplicitamente a questo concetto. Gli algoritmi erano presenti anche nelle antiche tradizioni matematiche, ad esempio la matematica babilonese e quella cinese. Nel senso più ampio la parola “algoritmo” è anche una ricetta di cucina, o la sezione del libretto delle istruzioni di una lavatrice che spiega come programmare il lavaggio. Di norma, comunque, la parola viene usata in contesti matematici (fin dalle origini) e soprattutto informatici (più recentemente). Un esempio più appropriato di algoritmo potrebbe essere, quindi, il procedimento per il calcolo del massimo comune divisore o del minimo comune multiplo.
Per esempio: la durata di un semaforo, la previsione delle condizioni atmosferiche, i software e le ricerche sul web sono regolate da algoritmi.
Elementi caratterizzanti di questa procedura sono:
• Il programma che è l’algoritmo in un linguaggio comprensibile da un computer;
• Il dato che è l’informazione da elaborare rappresentata in un formato che consenta al programma di operare su di essa;
L’algoritmo si può rappresentare in forma schematica attraverso diagrammi di flusso i quali a loro volta sono composti da blocchi di elaborazione (rettangoli che contengono successioni di azioni) e decisionali (rombi) che contengono una condizione Booleana.

L’ALGORITMO INFLUENZA LA NOSTRA VITA QUOTIDIANA …

Le nostre azioni giornaliere sono sempre più guidate da formule matematiche e ormai l’algoritmo è il pretesto per spiegare ogni fallimento o successo.
Questa procedura matematica nasce da calcoli e soprattutto dalla mente umana, che lavora per favorirne la precisione e la correttezza.
Circola un numero infinito di informazioni attraverso sistemi e programmi, che collegati al mondo dei social network, forniscono all’utente suggerimenti a seconda dei dati elaborati.
Ad esempio le elezioni politiche e l’assegnazione dei vari posti di lavoro, sono delineate e sostenute dagli algoritmi.
Questa caratteristica presenta degli aspetti negativi, come tutela della privacy e un’eccessiva schematizzazione del pensiero umano.
Netflix è un esempio di una piattaforma a pagamento in cui gli abbonati hanno la possibilità di classificare le varie visioni a seconda del proprio gradimento. Il sito, successivamente, elabora dei dati attraverso un sondaggio (like, dislike) che sono utilizzati per consiglio ad altri utenti.

… E IN FUTURO, COSA CI ASPETTA?

UN GRANDE TRAGUARDO: l’ingegno umano ha portato alla creazione di un robot in Nuova Zelanda, di nome Sam, in grado di interpretare i bisogni e i desideri degli elettori di una campagna politica e di rispettarne la volontà una volta eletto.
È un politico senza volto e corpo, ma con un’intelligenza artificiale fuori dal comune la quale deve essere aggiornata qualora si verifichino nuovi contesti informativi.
Dialoga con i potenziali elettori e presenta una memoria infinita.
Sam sarà in grado di superare l’intelligenza umana?
Un altro esempio di progresso, è legato al campo medico per la possibile prevenzione di patologie e malattie incurabili testato all’ospedale Bambino Gesù di Roma.
In conclusione si può affermare che non è ancora definita una linea di confine tra l’intelligenza umana e l’artificiale.

Il futuro è nelle mani del progresso e nella sua fiducia, ma è necessario concorrere allo sviluppo della civiltà, non limitando l’uomo e la sua funzione all’interno della società.
E per concludere vorremmo rispondere alla domanda “ gli algoritmi possono dominare ciò che leggiamo. Stabiliscono come viaggiamo. Influenzano come mangiamo. Gli algorimi controllano la nostra vita. Ma chi controlla gli algoritmi? A questa domanda risponde il libro “ Problemi Algoritmi e coding”.